FERMATA NOTTURNA   

di   Roberto Cresti


 

Ah, la belle pleine Lune,
Grosse comme une fortune!
- J. Laforgue -


Viviamo in un'età di notti bianche e di giorni neri, nella quale la differenza fra la luce e l'ombra si è perduta interamente nella fosforescenza azzurrina della televisione. Seguendo Bauman si parla della nostra come d'una società liquida, ma sarebbe meglio dire sommersa. Spesso l'impressione che si ha in una stazione, in un luogo pubblico o anche in mezzo alla campagna è quella di trovarsi sul fondo di un oceano, come se il livello dell'acqua fosse cresciuto, in poco tempo, a dismisura. L'alterazione del clima, l'intensificarsi d'ogni forma di connessione strumentale e trasmissione di immagini e di suoni, la semplificazione dei linguaggi, tutto fa pensare a un progressivo azzeramento delle differenze, che è tipico dell'acqua e dei suoi affini. Non si tratta tuttavia di una liquefazione ma, appunto, di una sommersione, cosicché possiamo tornare ai luoghi che abbiamo visto alla luce del sole e trovarli annegati e fluttuanti, ma ancora presenti - come anemoni di mare.

Pietro Bortolotti, sembra portare nella pittura questa coscienza, incerto fra una osservazione "subacquea" della vita sociale e la catastrofe, a cui egli sente il bisogno di associare la citazione di alcuni precedenti. Dove trovare allora gli annunciatori di un mondo senza notti e giorni se non in Manet de Il bar alle Folies-Bergère o nel Degas osservatore della vie moderne? In quei pittori cioè che, sull'esempio degli olandesi del Seicento, hanno eletto la quotidianità a modello dell'arte? O, in fine, in Hopper, ultimo esito di quella stessa "tradizione", e anticipatore di deserti urbani divenuti ormai parte dell'immaginario collettivo? Guardando certi titanismi giapponesi nella costruzione delle città si ha l'impressione che gli stessi deserti, illusoriamente rimossi dalla vis modernizzatrice e innovatrice, riemergano poi nel linguaggio della pubblicità, dei fumetti, del video e in altri parchi delle meraviglie. Il che Bortolotti fa opportunamente notare dipingendo luoghi di ritrovo di matrice hopperiana ma pienamente rispondenti alle caratteristiche estetiche e sociali del nostro tempo.

Per quanto riguarda invece l'aspetto "catastrofico" delle sue immagini - in particolare riguardo all'interessante Strada (2006) - pare di cogliere in lui qualche sintonia con la Nuova oggettività tedesca, che, per prima, negli anni '20-'30 del Novecento, mostrò con la pittura che cosa sia una società in cui sono rimasti in piedi solo gli apparati tecnico-produttivi. Dall'accostarsi dello spirito della Nuova oggettività al mondo nordamericano - in specie quello descritto nei romanzi di Chandler e di Hammett - nacque poi, tramite F. Lang e altri transfughi dall'Europa, la figura cinematografica del detective errante per la metropoli, che avrebbe suggestionato varie generazioni di registi fino a R. Scott e a Wenders; una figura nella quale, all'inizio degli anni '60, Debenedetti riconosceva addirittura l'ultima metamorfosi del "personaggio uomo" nelle arti prima della sua "provvisoria" sparizione. Faccio quest'ultima notazione perché mi pare che Bortolotti abbia a lungo guardato, e ancora guardi, al cinema proprio con tali riferimenti, cercando un legame esistenziale fra pittura e "inquadratura" che lo porta a dipingere stati d'animo affini a quelli provati, nel loro irreparabile "esilio", da L'uomo in bilico di Bellow, e anche dal celebre reporter di Antonioni.

" ...più il resto del mondo si fa attivo, più lentamente io mi muovo e la mia solitudine s'accresce in proporzione al frastuono e alla frenesia del mondo... In tutta la mia vita non mi sono mai sentito così inerte. Non riesco neppure a recarmi dal tabaccaio sebbene abbia una gran voglia di fumare."

Dipinti come Riflessione in città (2006) paiono derivare da questi presupposti, ai quali si aggiungono suggestioni avventurose, o meno contemplative, nelle vedute notturne di strade trafficate. Qui il diffondersi dell'azzurrità televisiva risulta quasi sollevato e strappato dalla forza cinetica dell'insieme, resa soprattutto dai rossi fauvisti delle luci, come quando in autostrada si scende dall'automobile per un guasto e ci si accorge della velocità degli altri veicoli. Probabilmente è questa riflessione in città ad interessare Bortolotti come preludio ad una riaffermazione di soggettività che prende corpo per gradi proprio dal contatto con l'evanescenza dell'immagine tecnologica o meramente fotografica. Nel mondo fluido delle pure apparenze, che ci sommergono, qualcosa tende a farsi corpo. Forse si tratta di quel conducente che, sceso dalla propria automobile, guarda ora l'orizzonte, scorda le connessioni e pensa, come è stato autorevolmente detto, che non c'è notte che non vada verso la "mezza-notte".


Presentazione in catalogo mostra personale " Riflessioni in Blu " Galleria Annovi maggio-luglio 2007