|
Il discrimine nell'arte moderna e contemporanea, in particolare nella
pittura, è la nascita e l'affermazione della fotografia. Fra la
pittura precedente e quella successiva ad essa, esiste una differenza
che definiamo statutaria, perché investe prima ancora che gli esiti
dell'opera, i suoi intenti e il suo universo di riferimento. La fotografia
rivela uno strumento capace di un prelievo oggettivo della realtà
che getta d'un tratto in ombra il virtuosismo pittorico come depositario
dell'unica opzione di raffigurazione conservativa del mondo visibile.
Cosa resta dunque da fare ai pittori? La risposta aperta, ampia e pervasiva
a questa domanda è, sovvertendo le premesse, sorprendente: ai pittori
resta da fare molto, moltissimo. Su un certo versante, integralmente rivelato
dai fotografi, resta da fare "tutto", e oggi più che
mai spetta loro un compito epocale. Queste considerazioni valgano per
sgomberare il campo dalle profezie depressive che da più parti
insorgono a caldeggiare la morte della pittura, l'anacronismo del quadro,
l'archiviazione della manualità dell'agire artistico. La fotografia
ha rivoluzionato l'universo visivo, l'artista è essenzialmente
uno sguardo, cui corrisponde l'operato della mano. Ora, lo sguardo dell'arte,
oggi, dove si posa? Individuare il campo d'azione in cui l'artista contemporaneo
dirige la sua facoltà visiva ci consente di comprendere la necessità
del suo agire. Se la fotografia ha rivelato la possibilità di rappresentare
oggettivamente il reale, trasferendolo tout court sul supporto fotosensibile,
sottraendo alla pittura il suo mandato, paradossalmente essa le ha aperto
un ulteriore campo di applicazione, suggerendole di rivolgere lo sguardo
a un universo di secondo grado, a un mondo semilavorato, già siglato
nel segno fotografico, dove le cose prelevate dalla realtà riappaiono
in un "silenzio enigmatico". L'ingenuità della fotografia
consiste nel ritenere vero il suo alfabeto di segni, che hanno una derivazione
reale - ma cosa infine non l'ha? - e tuttavia, nella parvenza oggettiva,
scientificamente esatta, celano un nuovo mistero e una tragedia intrinseca:
la fotografia preleva il mondo ma non lo spiega, la fotografia sofferma
il tempo ma ciò che cattura è la morte.
È in questo ambito di problematiche aperte che si inserisce il
significato della pittura figurativa contemporanea, non a caso risorta
e quanto mai vitale e praticata. È in questa querelle che assume
posizione una pittura come quella di Pietro G. Bortolotti.
La sua modalità artistica muove da uno spiazzamento: la figurazione
dal vero come scelta di campo rinnovata nella sua premessa dal trasferimento
del modello. Una azione impercettibile ma determinante, un conferimento
di attenzione illuminante: non ci troviamo nella quiete di uno studio,
di fronte a un ristretto convivio di bottiglie, vasi e flaconi che avanzano
o arretrano nello sguardo dell'artista, nel prodigio quotidiano delle
cose colte sull'orlo di un tremulo significato. Né ci troviamo
nella serenità di un plein air dove si possa dar corso a un'impressione
del mondo. Non siamo in una zona concettuale né entro i perimetri
di una selezione di segni diretti all'astrazione o alla deflagrazione
delle forme. Il territorio in cui il pittore ha installato il suo cavalletto
è nuovo, gelido e sconcertante.
Il modello a cui ostinatamente Bortolotti riferisce la sua selettiva tavolozza
è puramente fotografico. La realtà di secondo grado, il
verum già trattato che egli affronta, nasce nell'istante del prelievo
fotografico, è una forma tecnica e artificiale di vita visiva,
la risultante di una mutazione avvenuta, di uno slittamento impercettibile
ma innovante dalla dimensione vitale, dal plastico esistere dei corpi
nello spazio, al loro luminoso svenimento sulla pellicola fotografica
e nel cliché visivo dominante. È questo nuovo corpo, fissato
nel media fotografico e immesso nel circuito comunicativo, che il pittore
osserva ed è nei suoi confronti che ingaggia la sua querelle. Si
parla volutamente di contesa perché la pittura di Bortolotti non
è pittura mite. Il suo quadro, la sua luce, il suo gesto sono pervasi
da un ansimo controllato, da una provocatorietà tesa, da uno squallore
abbagliato. E si parla ancora di contesa perché questa pittura
contende efficacemente il suo luogo alla pervasiva, devastante certezza
della fotografia. Sappiamo che Bortolotti opera prelevando da materiali
fotografici i suoi modelli ma quello che intendiamo è forse meno
pragmatico e più sottile: ciò che sappiamo è che
qui il pittore è mentalmente invaso dall'universo fotografico che
lo circonda e, d'altro canto, è lateralmente memore della luce
del mondo, l'aperta dimenticata luce delle cose. Sembrerebbe che la sua
preoccupazione si attesti sulla necessità di ri-trattare - più
che di ritrarre - le forme apparentemente oggettive dell'universo fotografico
e filmico, per darne atto su un riaperto versante di senso, quest'ultimo
integralmente pittorico. È su queste tracce che Bortolotti va calibrando
in primo luogo una procedura pittorica immersa nella figurazione spinta
ma non in direzione iperrealista; quindi una selezione cromatica che diverrà
una tra le sue caratteristiche spiccate: questa esigua tavolozza è
rivelatrice. Cosa significa produrre quadri di aperta, esatta figurazione
e immergerli in una selezione bicromatica la cui intera variazione oscilla
nel campo tra nero azzurro e blu? Cosa significa se non produrre una appropriazione
coloristica che, come avviene nel bianco e nero fotografico, inonda il
suo oggetto e lo restituisce in una soluzione visiva totalmente originale,
compiutamente inventiva? Ebbene il pittore ha osservato il verum apparente
del mondo fotografato e ha deciso di intervenire. Ha deciso di riprendere
la via degli artisti che coraggiosamente non credono che "la realtà
sia quella che si vede". Questo pittore, come nella migliore tradizione
sperimentale, è un incredulo. La sua laboriosa e risentita incredulità
si rivolge al fotografico, ne prende atto ma non se ne lascia irretire,
affermando la necessità pittorica proprio laddove questa sembrerebbe
esaurirsi e trasformando l'anatema fotografico in un nuovo orizzonte di
segno e di senso. Fotografie, fotogrammi, sequenze divengono i modelli
per una azione pittorica che instaura la sua identità in una sorvegliata
differenza e in una arrischiata contiguità tra verum fotografico
e verum pittorico, e nel ribaltamento del primo nel secondo, con tutto
ciò che ne consegue. La riottosità, l'aspetto interlocutorio,
disturbato-disturbante, della pittura di Bortolotti - che talvolta rompe
l'argine in autentiche aggressioni affidate alla smorfia e all'urlo d'uomini
e d'animali, di babbuini, di cani guardinghi, che consegnano il quadro
a un dirompente terrore - consiste nell'acquisire in pittura dati visivi
di per se stessi triviali, disadorni, tristi, violenti e nel rilanciarli
entro una figurazione illividita, in cui tuttavia si riaccende l'antico
gioco del buio e della luce, dello sfondo scuro e del cono pulviscolare
che vi rivela i soggetti apparsi in un fondo senza nome.
Solo la pittura può produrre, oggi come ieri, questi contrasti
e solo un pittore post moderno e consapevole può trasbordare nel
vuoto metafisico un universo di forme banalizzate, riscattandone l'urto
e l'artificio.
Solo la stesura pastosa, spessa di un fondo blu-notte, assolutamente vuoto,
può fornire il luogo archetipo e silenzioso per l'apparizione di
figure estratte da un repertorio di prosaicità visive (sino al
ridicolo dandysmo del personaggio dall'ombrello "firmato" in
Vuitton), di atteggiamenti, vezzi, posture che hanno l'artefatto del reportage
da rotocalco e gettarle, letteralmente, nel mistero, alla soglia di una
notte trascendente, rianimandole nell'attimo in cui si confrontano con
l'enigma e illuminandole come di sorpresa con il raggio lucente di una
perspicacia metallica, impietosa. La classicità pittorica del lavoro
di "luce rivelatrice", la lezione caravaggesca, viene ripresa
e adattata alla temperie di una soluzione post moderna, scettica, dove
il lampo miracolare del raggio laterale si trasforma nel cono luminoso
di un faro o di una torcia bluastra diretta dal pittore-voyeur a sorprendere
una scena livida, un realtà torva: la componente sinistra, squallida
o violenta sembra quasi alludere, in un filtro attualizzato, alla denuncia
sociale di tanto espressionismo tedesco di primo novecento, con una attenzione
alla decadenza interna del costume, alla scadimento della qualità
umana travolta dal cliché estetizzante, nell'imbracatura scintillante
e vacua dell'immagine da rotocalco, dell'atteggiamento clonato sulla posa
e sull'affettazione spettacolare, o nella cinetica sincopata e nevrotica
della fretta di strada, nella tragicommedia delle vite stressate, ritratte
nel loro movimento ordinario e inconsapevole sull'abisso: i silenzi, i
vuoti dechirichiani si sono abbuiati nel fondale senza segno, e queste
figure da proscenio hanno sostituito la gravità degli antichi manichini.Compaiono
su queste tele scure, su questo blu-notte che sospende le figure a picco
nel mistero - non senza una crudeltà legittima e una ironia invisibile
- volti di impeccabile bellezza, induriti nella conversazione impossibile,
disgustati nell'incomunicabilità, o colti nell'osceno del riso
sguaiato, del lazzo sibilato all'orecchio; situazioni vuote, noie, apatie
(Pause come il titolo di molte opere recenti), in una galleria di bellezza,
stasi e vacuità.
L'esito estremo della pittura recente di Bortolotti, si realizza nella
gamma dei nuovi ectoplasmi delle vite vuote, in un ciclo di opere in cui
il pittore ha sistematicamente omesso il personaggio corporeo, dipingendone
l'epidermide sociale: il vestito, la giacca, il pantalone, presentati
sul fondo blu-notte che li ha colmati di sé, e nella rassegna delle
gambe con scarpe di varia foggia, in una pittura ostinatamente rivolta
in basso, sguardo chino al suolo o intenta all'elencazione dei gesti -
le mani, le gambe, le mani nelle mani, le gambe accavallate - che emergono
soli nel vasto compiuto-incompiuto del fondo, in un repertorio dei tanti
gesti inutili: pittura dell'attesa, della solitudine, dell'inerzia constatata
dai vestiti vuoti che conseguono terribilmente agli uomini vuoti di Eliot.
Eppure in questa violenza visiva che si recepisce non d'acchito ma nel
residuo di disturbo e di dubbio che lascia all'occhio, Bortolotti sa ancora
fare emergere d'un tratto figure perfettamente belle: una ragazza in impermeabile
o l'altra, avvolta in un asciugamano, entrambe colte in una semplice astanza
di muta dignità (Irene, Karina), un nudo newtoniano, statuario
e incompleto come l'icona stucchevole di una Venere aggiornata ai canoni
correnti, l'ironia e l'originalità del cumulo di Maggioloni volkswagen
accatastati nello spreco delle cose e nell'accumulazione compulsiva delle
forme, in un gioco pittorico che apre all'astrazione geometrica, come
fu nella moltiplicazione delle mitrie nell'Incontro dei pellegrini
col Papa Ciriaco sotto le mura di Roma, di Vittore Carpaccio.
La pittura di Bortolotti, in una sintesi impervia fra la tradizione pittorica
e l'interlocuzione fotografica, ricava la sua necessità nella trattazione
di un vero allucinato dall'eccesso di visione artificiale e recupera l'umanità
delle figure praticando una sistematica commistione di reale e fotografico
disposti nell'enigma trascendete e omertario del fondale: Bortolotti dipinge
entro il modulo neo-metafisico (che non a caso gli ha consentito la partecipazione
alla mostra Oltre, indagini della dimensione metafica nel XXI secolo curata
da Cesare Biasini Selvaggi) ma ne altera i parametri, gli scenari e i
protagonisti, spostandone l'amarezza meridiana e la solitudine d'ombra,
in una crudezza di forme banali e di bellezza ininfluente, denunciando
così l'insorgenza visiva del nuovo male di vivere: il male di vedere.
Presentazione in catalogo mostra personale " Racconti in Blu
" Cripta S. Filippo - Cingoli
17 Luglio 29 Luglio 2004
|