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nco di Pietro G. Bortolotti |
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L’idea di riportare sulla tela le suggestioni ricavate dal mondo
dei ricordi e della memoria mi ha posto come prima cosa di fronte al problema del supporto, ovvero come strutturare il
fondo della tela bianca. Pensando ai vari livelli di stratificazione della memoria ho cercato di creare un supporto che
tenesse conto di questi livelli, lavorando quindi su almeno quattro assaggi di materiale realizzato con colle di caseina,
cementite e stucchi. Questo processo mi ha consentito di avvicinarmi il più fedelmente possibile alla materia granulosa
e spessa del cervello, dove si collocano i ricordi e, in particolare,
l’immagine della memoria. Questi livelli di stratificazione
consentono inoltre al soggetto di aderire su un fondo
che diventa spazio fisico pittorico, componente importante
e integrante dell’opera, tanto da suggerirmi di rappresentare
uno stato di perdita della memoria con assenza di immagine
tramite la realizzazione di un grande quadro monocromatico
blu. Definito il supporto ideale per il lavoro, si trattava di
pensare all’immagine da realizzare, tenendo conto l’idea di
partenza relativa alla memoria del corpo. Ma quale memoria?
Il corpo di una donna visto da un uomo o viceversa, oppure
il soggetto che guarda il suo corpo, o ancora la particolare
situazione, più interessante ma altrettanto difficile da rendere
in pittura, di colui che guarda il suo corpo e quello degli altri
in completa assenza di emozioni, come avviene nella sindrome
di Cotard. Il mio interesse si è focalizzato sulla memoria
del corpo che diventa qualcosa d’altro, in particolare un paesaggio,
un corpo che non trasmette le emozioni tipiche di un
corpo, ma evoca invece le suggestioni di un viaggio attraverso
di esso. L’assenza di emozioni si trasforma così in un’emozione
perduta e ritrovata, tuttavia estranea al soggetto, delirante
e visionaria. Con il procedere della ricerca si è aperto un percorso che
mi ha portato dal corpo ai luoghi e ad alcuni oggetti della
memoria. In particolare i vestiti, in seguito all’interesse e allasuggestione esercitati su di me in particolare da una malattia,
ben evidenziata da Dario Marzola nel film “Fuochi fatui”: la
prosopagnosia, un disturbo che consiste nella impossibilità
di riconoscere le persone, anche a noi care, tramite il loro
volto, che ci appare sempre come un qualcosa privo di senso.
Inseguendo questa suggestione ho dipinto sulla tela solo i
vestiti, non come oggetti della memoria ma come persone
viste da un malato di prosopagnosia, con l’intento di rendere
l’idea di un vestito indossato da una persona senza volto e
non di un semplice oggetto.
Completato il lavoro di rappresentazione pittorica dei soggetti
sulla tela, dovevo ora ripercorrere il processo di decostruzione
dell’immagine come avviene nella mente e successivamente
recuperarla e reinventarla. Intervenire con un
procedimento di work in progress, modificando la forma
e la struttura direttamente sull’immagine, non mi avrebbe
consentito di scavarvi dentro, trattandosi di un processo riguardante
esclusivamente la superficie del quadro e non il
suo intimo e la sua essenza. L’analogia con un ricordo cancellato
e rimosso mi ha fatto pensare alla possibilità di coprire
l’immagine, rimuoverla, nasconderla sotto un velo di
colore: il blu, in quanto colore iconducibile all’inconscio,
all’introspezione, perciò in grado di fornirmi la profondità
necessaria di un mondo nascosto, dove il reale che intendevo
scoprire era già presente. Dopo aver ricoperto la tela di colore
blu e aver lasciato passare un tempo ben definito di latenza
senza tuttavia attendere il completo assorbimento del colore
(tempo di latenza della memoria), con l’uso di straccio,
diluenti e mani ho riportato alla luce l’immagine, tramite
un processo simile alla scultura, togliendo il superfluo o meglio
recuperando quello che mi suggeriva il ricordo stesso.
Durante questo intervento sull’immagine avanzavo sul filo
di un sottile equilibrio: eliminare anche una sola pennellata
avrebbe potuto cambiare la forma voluta, così come una
luce rafforzata o smorzata annullare un effetto e un’atmosfera
indispensabili a creare la suggestione finale dell’opera. Al
termine di questo processo l’immagine iniziale era svanita,
lasciando il posto a ciò che potremmo chiamare ricordo della
realtà, molto spesso completamente estraneo al dato reale di
partenza, in quanto risultato di un processo dove memoria
ed inconscio hanno continuamente costruito e decostruito
l’immagine. Dal punto di vista dell’emozione queste forme
non corrispondevano più al soggetto iniziale, suscitando in
me una piacevole sensazione di sorpresa e di stupore, che mi
ha indotto e m’induce a continuare ed approfondire questo
difficile ma affascinante viaggio.
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