In te raccolgo lo specchio infranto della mia vita Ricercare il futuro,metabolizzare la storia per andare oltre;
osservare “l’attraversamento della linea, il passaggio del punto zero” che è segnato dalla parola niente. Chi non ha sperimentato
su di sé l’enorme potenza del niente e non ne ha
subito la tentazione, conosce ben poco la nostra epoca.
Lo sguardo allora si volge alle dimensioni della costruzi one
mnemonica del proprio essere ed è accompagnato da un sentimento
di smarrimento, di fragilità o forse di ancora incredula
inutilità. Recuperare la padronanza psicologica, la maestria
costruttiva del pensiero, anzi di “un pensiero”, è già genesi
di nuove possibilità, dove la memoria, il “disegno” delle
immagini, il teatro del nostro vivere, diventa unico sostegno
di quell’oltre, forse solo osservato. Un sapere che, nel riscatto
di sensazioni e percezioni, raggiunge profondità maggiori
che non la forza dei soli fatti; un sapere che cerca, nel passato,
un segno profondo per valicare quel niente, per oltrepassare
quel senso di smarrimento che accompagna questa avventura
del vivere contemporaneo. Così far emergere l’ottimismo, cercandolo tenacemente con
gesto e parola, può raggiungere strati in cui il futuro, ancora
assopito, viene fecondato. Non bisogna pensare che a questo
ottimismo si opponga il pessimismo, in particolare il pessimismo
culturale, esso può esprimersi nel disgusto per ciò che
non vogliamo far emergere, guardando altrove, allontanando
o combattendo contro un sistema che dimentica e disconosce
un sano senso estetico e un indispensabile recupero del
sentimento della bellezza. Anche Nietzsche nel suo pessimismo
distruttivo, individuava proprio nella Bellezza la salvezza
dell’uomo.
Quel ricercato senso della bellezza, l’analisi profonda del pensiero
e della mente, emozioni dettate per attimi e sentimenti,
oggi forse ancora più dichiaratamente, sono i compagni di“viaggio” e di “pennello” di Pietro Bortolotti, artista attento
a cogliere ogni sfumatura – anche la più remota – dell’animo
umano e delle sue infinite possibilità.
Uno studio lento e progressivo nell’introspezione, nel tentativo
di raccogliere i frammenti della vita, nel ricordo di quel
qualcosa che accomuna mente e cuore, nella scelta ormai
definitiva di una rappresentazione figurativa monocromatica
negli infiniti toni del blu; i suoi lavori elaborano trame, tessendo
racconti su brandelli di memoria: paesaggi dell’anima,
confini e segni che esaltano corpi e volti, frame del vissuto o
del deja vu.
Importante è comprendere che quel “perduto” senso della
bellezza è sempre nel calore di un abbraccio, nelle dita che
stringono una mano, è quel raccogliere i vetri infranti riconoscendone
gli sguardi, è l’inaspettato, ma anche la ricerca
di un desiderio, è il profumo della tua infanzia, è lo sguardo
smarrito degli innamorati, è l’armonia di forma e colore, ma è anche il dolore di una mancanza e la consapevolezza dello
smarrimento.
E allora “ricercare” ancora un futuro, recuperando solo i sapori
del nostro vissuto: i lasciti, le tracce, i volti, i gesti, il
suono delle parole, il profumo di un’emozione, ed inseguire
tutto ciò nella memoria, cercare, scavare…
E con un cucchiaio di vetro scavo nella mia storia
Solo il tempo governa la storia. Proprio il tempo che adesso
sembra non bastarci mai, che affascina e spaventa, che ispira
poeti e artisti, quel tempo protagonista indiscusso del nostro
comune tentativo di vita. Un condottiero accompagnato da
imprevedibili segni di audacia, solo lui carnefice e consolatore
ci conduce, nostro malgrado, come un’onda che trascina
fra presente e passato.
La trasparenza del vetro ci impedisce di omettere qualunquepiccolo dettaglio nell’oltrepassare la stratificazione dei nostri
ricordi così, con un piccolo cucchiaio di cristallo, scavando,
riflettiamo anche la luce. La stessa luce che Bortolotti cerca
nei rimandi cromatici del suo indaco.
Nella composizione dei suoi quadri la trama è ancora celata
dentro questa strana oscurità: un blu sposato al nero che in
alcuni lavori tenta l’azzardo del viola. L’oscurità è padrona
della notte, la notte annulla i rumori e il silenzio trasporta la
mente, naturalmente, verso quell’oltre che appartiene anche
alla nostra storia. Così nel blu notte che ci avvolge cominciamo
a cercare, e ancora a scavare, nel tentativo, non sempre
consapevole, di un preciso rimando a quel gesto, o a quel
corpo, a tutti quei “paesaggi” della memoria che il grande
condottiero ci ha aiutato a preservare.
Di fronte agli ultimi lavori di Pietro si coglie perfettamente
il tentativo e la volontà della “conservazione”, della tutela del
lascito, della storia. Ma occorre – secondo me – fare una piccola
riflessione sul concetto di ricordo e di memoria: credo che il primo, sia qualcosa che appartenga più alla sfera del personale,
dell’intimo, dell’individuo; mentre la memoria può
diventare anzi, deve diventare, collettiva. Ecco l’interessante
e quanto mai attuale ricerca di Bortolotti che fa uso sia della
memoria, sia del ricordo, nel tentativo di individuare, psicologicamente,
il lascito, la traccia, il pensiero del singolo che
può ritrovarsi memoria del collettivo. Perché chiunque vi si
avvicini, riesca ad entrare in sintonia e provare una comunione
quasi “epidermica”.
Scatta allora l’alchimia. L’emozione di avvolgimento temporale
nei toni cupi del blu indaco - con le sue variazioni d’intensità
- per condurre la mente a sollecitare i “cassetti” della
memoria, il passato e le sue storie: vite comuni, incontri e testimonianze
di una vita che ci rende uniti nell’appartenenza,
allontanando la stratificazione di nebbie e rimossi per ritrovare
i nostri ricordi, per ricercare ancora quello che la mente
ha trattenuto, fino a quella nostra profonda intimità.
Se annullassimo i nostri ricordi perderemmo il senso stesso
della vita, della storia che spesso accomuna, incrocia e “strappa”
pensieri, mai disgiunta da quella sana nostalgia sulla quale
ognuno di noi continua a costruire nuovi “giri di giostra”,
per chiudere il registro della rimozione.
D’altro canto rimozione e nostalgia sono condizioni umane
per eccellenza e molte sono le strategie dell’arte che alleviano
dalla vita senza alleviare dal vivere. Così il concetto di memoria
e ricordo, viene esercitato per esorcizzare la morte, la
profonda perdita di se stesso, ma anche quale conservazione e
preservazione di conoscenze ed esperienze del passato.
Il processo di preservazione, infatti, affascina e corre sotto la
pelle dell’arte contemporanea, ma con opere che purtroppo,
a volte, hanno solo il sapore del diario e con esse acquistano
una dimensione di vuoto. Ma per Bortolotti l’arte corre
sul filo profondo del vivere, del voluto, del cercato: si tratta
di orme e impronte che sono, quanto mai, reliquie e testimonianzedi un “presente”. Platone e Aristotele li avrebbero
chiamati i momenti della ricerca e della conservazione di sensazioni
e reminescenze.
La mente, questo filo conduttore dei più “sconosciuti”, questo
archivio personale che tiene in vita ciò che a volte è lontano
nel tempo, può essere il modo per riconoscere e riconoscersi
nella e tra la collettività. Così come riconoscibile è
il sottile intrigo di trame e percezioni che l’artista conduce
nella sua ricerca dell’osservazione, nel tentativo di sollecitare
nuove percezioni, stimolando fantasie o forse presentandoci
comuni panorami mnemonici, sempre ostentando la sicurezza
dei suoi blu, quasi implosivi: sia che tendano al nero,
sia che virino al viola, come diceva Kandinskij “il punto di
partenza è lo studio del colore e dei suoi effetti sugli uomini”.
In questo modo Bortolotti ci insegna che il linguaggio del
Colore consiste nell’imparare a “vedere”: un lungo e studiato
processo di apprendimento per condurci a percepire e sostenere
quell’oltre.
Così il nostro cucchiaio di vetro raccoglie pigmenti blu, opacizzandone
la trasparenza, con le dita ne sentiamo la consistenza,
con la mente torniamo a vecchie pagine, ad un piccolo
libro di Brassai sulle sue conversazioni con Picasso: “(…) Poi l’uomo dall’abito blu estrae dalla tasca un grande foglio di
carta che apre con cura e mi porge. E’ coperto dalla grafia di
Picasso: meno spasmodica, più studiata del solito. A prima vista
assomiglia ad una poesia: circa venti versi scritti in colonna,circondati da ampi margini bianchi; ogni verso finisce con uno
svolazzo, a volte anche molto lungo. Ma non è una poesia: è l’ultima
ordinazione di colori fatta da Picasso, una piccola dedica a
tutti i toni dei blu (…)”. Una conferma ulteriore che il colore è molto più di un semplice
mezzo fisico con cui costruire delle immagini: è dichiarazione
introspettiva d’analisi, è suggestione, è confidenza
sommessa di emozioni, è sostanza di straordinaria eleganza
e splendore.
Per Pietro Bortolotti il Blu è diventato quel suo andare “oltre”,
è indispensabilità creativa di comunicazione dell’anima,
ed è soprattutto una questione di psicologia percettiva, perché
il linguaggio dei colori rivela – come poco altro – molte
cose sul nostro modo di concettualizzare il vivere, occorre
solo imparare ad “ascoltare” il colore.
Fermi, restiamo sospesi nell’osservazione di un indaco che
corre nelle nostre “stanze” della memoria”: ne sentiamo
l’odore, ne riascoltiamo i passi e continuiamo con più decisione
a “scavare”, adesso con le mani, togliamo il superfluo
per ritrovare frammenti, per sostenere quello sguardo, per
toccare quel fianco, per un volto che non possiamo o non
vogliamo più cercare, per ascoltare quel “suono” oggi non
più così lontano…
Accetto il mio passato, sorrido con il presente
Lo scorrere dei fotogrammi ci cattura come la polvere di pigmento
che passa tra le dita. Adesso osserviamo le mani: contengono
e trattengono la notte, con tutti i suoi ricordi, con
le sue paure, con le sue incertezze, con le sue storie, una vita
passata nei piccoli granelli di una polvere blu trattenuta ancora
un poco nelle linee del palmo. E con questa sensazione,
osserviamo ancora i quadri di Pietro…
La notte solleva un poco il suo nero e scopre il blu di uno
spazio che ci contiene, tutti, partecipi e involontari protagonisti
di racconti e novelle. Quelle storie che abbiamo ascoltato,
quelle che noi abbiamo raccontato o ancora quelle che
con abilità abbiamo inventato; storie di vita, pellicole srotolate
dove ritroviamo ancora una volta quel nostro oltre. Così
sorridiamo ad un presente che ci conforta nello scorrere di
immagini che, comunque, della bellezza hanno la genesi, la
volontà e la sommessa voluttà.
Sorride forse anche Nietzsche nella considerazione di una
nuova attenzione, meno rassegnata, più vicina ai palinsesti
dei nostri ricordi, al sentimento indispensabile della Bellezza. Tutto questo, Bortolotti, ci conduce - probabilmente non
sempre consapevolmente – a rivalutare: la Bellezza del viver
nella consapevolezza del patrimonio comune, nella volontà
di inseguire quell’oltre, nella necessità di trattenere il nostro
tempo, nella coscienza dell’individualità, nella ricchezza del
pensiero creativo, nell’Altro che ci cammina a fianco.
Per non smettere mai, di Ricercare il nostro futuro.
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