L’Altro che ti cammina a fianco

In te raccolgo lo specchio infranto della mia vita
E con un cucchiaio di vetro scavo nella mia storia,
accetto il mio passato
sorrido con il presente
ricerco il mio futuro
(da “L’innocenza di Sisifo” di Maurizio Cimino)

di Daniela Del Moro



In te raccolgo lo specchio infranto della mia vita                                                                                                                                                    Ricercare il futuro,metabolizzare la storia per andare oltre; osservare “l’attraversamento della linea, il passaggio del punto zero” che è segnato dalla parola niente. Chi non ha sperimentato su di sé l’enorme potenza del niente e non ne ha subito la tentazione, conosce ben poco la nostra epoca. Lo sguardo allora si volge alle dimensioni della costruzi one mnemonica del proprio essere ed è accompagnato da un sentimento di smarrimento, di fragilità o forse di ancora incredula inutilità. Recuperare la padronanza psicologica, la maestria costruttiva del pensiero, anzi di “un pensiero”, è già genesi di nuove possibilità, dove la memoria, il “disegno” delle immagini, il teatro del nostro vivere, diventa unico sostegno di quell’oltre, forse solo osservato. Un sapere che, nel riscatto di sensazioni e percezioni, raggiunge profondità maggiori che non la forza dei soli fatti; un sapere che cerca, nel passato, un segno profondo per valicare quel niente, per oltrepassare quel senso di smarrimento che accompagna questa avventura del vivere contemporaneo.                                                    Così far emergere l’ottimismo, cercandolo tenacemente con gesto e parola, può raggiungere strati in cui il futuro, ancora assopito, viene fecondato. Non bisogna pensare che a questo ottimismo si opponga il pessimismo, in particolare il pessimismo culturale, esso può esprimersi nel disgusto per ciò che non vogliamo far emergere, guardando altrove, allontanando o combattendo contro un sistema che dimentica e disconosce un sano senso estetico e un indispensabile recupero del sentimento della bellezza. Anche Nietzsche nel suo pessimismo distruttivo, individuava proprio nella Bellezza la salvezza dell’uomo.
Quel ricercato senso della bellezza, l’analisi profonda del pensiero e della mente, emozioni dettate per attimi e sentimenti, oggi forse ancora più dichiaratamente, sono i compagni di“viaggio” e di “pennello” di Pietro Bortolotti, artista attento a cogliere ogni sfumatura – anche la più remota – dell’animo umano e delle sue infinite possibilità.
Uno studio lento e progressivo nell’introspezione, nel tentativo di raccogliere i frammenti della vita, nel ricordo di quel qualcosa che accomuna mente e cuore, nella scelta ormai definitiva di una rappresentazione figurativa monocromatica negli infiniti toni del blu; i suoi lavori elaborano trame, tessendo racconti su brandelli di memoria: paesaggi dell’anima, confini e segni che esaltano corpi e volti, frame del vissuto o del deja vu.
Importante è comprendere che quel “perduto” senso della bellezza è sempre nel calore di un abbraccio, nelle dita che stringono una mano, è quel raccogliere i vetri infranti riconoscendone gli sguardi, è l’inaspettato, ma anche la ricerca di un desiderio, è il profumo della tua infanzia, è lo sguardo smarrito degli innamorati, è l’armonia di forma e colore, ma è anche il dolore di una mancanza e la consapevolezza dello smarrimento.
E allora “ricercare” ancora un futuro, recuperando solo i sapori del nostro vissuto: i lasciti, le tracce, i volti, i gesti, il suono delle parole, il profumo di un’emozione, ed inseguire tutto ciò nella memoria, cercare, scavare…
E con un cucchiaio di vetro scavo nella mia storia
Solo il tempo governa la storia. Proprio il tempo che adesso sembra non bastarci mai, che affascina e spaventa, che ispira poeti e artisti, quel tempo protagonista indiscusso del nostro comune tentativo di vita. Un condottiero accompagnato da imprevedibili segni di audacia, solo lui carnefice e consolatore ci conduce, nostro malgrado, come un’onda che trascina fra presente e passato.
La trasparenza del vetro ci impedisce di omettere qualunquepiccolo dettaglio nell’oltrepassare la stratificazione dei nostri ricordi così, con un piccolo cucchiaio di cristallo, scavando, riflettiamo anche la luce. La stessa luce che Bortolotti cerca nei rimandi cromatici del suo indaco.
Nella composizione dei suoi quadri la trama è ancora celata dentro questa strana oscurità: un blu sposato al nero che in alcuni lavori tenta l’azzardo del viola. L’oscurità è padrona della notte, la notte annulla i rumori e il silenzio trasporta la mente, naturalmente, verso quell’oltre che appartiene anche alla nostra storia. Così nel blu notte che ci avvolge cominciamo a cercare, e ancora a scavare, nel tentativo, non sempre consapevole, di un preciso rimando a quel gesto, o a quel corpo, a tutti quei “paesaggi” della memoria che il grande condottiero ci ha aiutato a preservare.
Di fronte agli ultimi lavori di Pietro si coglie perfettamente il tentativo e la volontà della “conservazione”, della tutela del lascito, della storia. Ma occorre – secondo me – fare una piccola riflessione sul concetto di ricordo e di memoria: credo
che il primo, sia qualcosa che appartenga più alla sfera del personale, dell’intimo, dell’individuo; mentre la memoria può diventare anzi, deve diventare, collettiva. Ecco l’interessante e quanto mai attuale ricerca di Bortolotti che fa uso sia della memoria, sia del ricordo, nel tentativo di individuare, psicologicamente, il lascito, la traccia, il pensiero del singolo che può ritrovarsi memoria del collettivo. Perché chiunque vi si avvicini, riesca ad entrare in sintonia e provare una comunione quasi “epidermica”.
Scatta allora l’alchimia. L’emozione di avvolgimento temporale nei toni cupi del blu indaco - con le sue variazioni d’intensità - per condurre la mente a sollecitare i “cassetti” della memoria, il passato e le sue storie: vite comuni, incontri e testimonianze di una vita che ci rende uniti nell’appartenenza, allontanando la stratificazione di nebbie e rimossi per ritrovare i nostri ricordi, per ricercare ancora quello che la mente ha trattenuto, fino a quella nostra profonda intimità.
Se annullassimo i nostri ricordi perderemmo il senso stesso della vita, della storia che spesso accomuna, incrocia e “strappa” pensieri, mai disgiunta da quella sana nostalgia sulla quale ognuno di noi continua a costruire nuovi “giri di giostra”, per chiudere il registro della rimozione.
D’altro canto rimozione e nostalgia sono condizioni umane per eccellenza e molte sono le strategie dell’arte che alleviano dalla vita senza alleviare dal vivere. Così il concetto di memoria e ricordo, viene esercitato per esorcizzare la morte, la profonda perdita di se stesso, ma anche quale conservazione e preservazione di conoscenze ed esperienze del passato.
Il processo di preservazione, infatti, affascina e corre sotto la pelle dell’arte contemporanea, ma con opere che purtroppo, a volte, hanno solo il sapore del diario e con esse acquistano una dimensione di vuoto. Ma per Bortolotti l’arte corre sul filo profondo del vivere, del voluto, del cercato: si tratta di orme e impronte che sono, quanto mai, reliquie e testimonianzedi un “presente”. Platone e Aristotele li avrebbero chiamati i momenti della ricerca e della conservazione di sensazioni e reminescenze.
La mente, questo filo conduttore dei più “sconosciuti”, questo archivio personale che tiene in vita ciò che a volte è lontano nel tempo, può essere il modo per riconoscere e riconoscersi nella e tra la collettività. Così come riconoscibile è il sottile intrigo di trame e percezioni che l’artista conduce nella sua ricerca dell’osservazione, nel tentativo di sollecitare nuove percezioni, stimolando fantasie o forse presentandoci comuni panorami mnemonici, sempre ostentando la sicurezza dei suoi blu, quasi implosivi: sia che tendano al nero, sia che virino al viola, come diceva Kandinskij “il punto di partenza è lo studio del colore e dei suoi effetti sugli uomini”. In questo modo Bortolotti ci insegna che il linguaggio del Colore consiste nell’imparare a “vedere”: un lungo e studiato processo di apprendimento per condurci a percepire e sostenere quell’oltre.
Così il nostro cucchiaio di vetro raccoglie pigmenti blu, opacizzandone la trasparenza, con le dita ne sentiamo la consistenza, con la mente torniamo a vecchie pagine, ad un piccolo libro di Brassai sulle sue conversazioni con Picasso: “(…)  Poi l’uomo dall’abito blu estrae dalla tasca un grande foglio di carta che apre con cura e mi porge. E’ coperto dalla grafia di Picasso: meno spasmodica, più studiata del solito. A prima vista assomiglia ad una poesia: circa venti versi scritti in colonna,circondati da ampi margini bianchi; ogni verso finisce con uno svolazzo, a volte anche molto lungo. Ma non è una poesia: è l’ultima ordinazione di colori fatta da Picasso, una piccola dedica a tutti i toni dei blu (…)”. Una conferma ulteriore che il colore è molto più di un semplice mezzo fisico con cui costruire delle immagini: è dichiarazione introspettiva d’analisi, è suggestione, è confidenza sommessa di emozioni, è sostanza di straordinaria eleganza e splendore. Per Pietro Bortolotti il Blu è diventato quel suo andare “oltre”, è indispensabilità creativa di comunicazione dell’anima, ed è soprattutto una questione di psicologia percettiva, perché il linguaggio dei colori rivela – come poco altro – molte cose sul nostro modo di concettualizzare il vivere, occorre solo imparare ad “ascoltare” il colore.
Fermi, restiamo sospesi nell’osservazione di un indaco che corre nelle nostre “stanze” della memoria”: ne sentiamo l’odore, ne riascoltiamo i passi e continuiamo con più decisione a “scavare”, adesso con le mani, togliamo il superfluo per ritrovare frammenti, per sostenere quello sguardo, per toccare quel fianco, per un volto che non possiamo o non vogliamo più cercare, per ascoltare quel “suono” oggi non più così lontano…
Accetto il mio passato, sorrido con il presente
Lo scorrere dei fotogrammi ci cattura come la polvere di pigmento che passa tra le dita. Adesso osserviamo le mani: contengono e trattengono la notte, con tutti i suoi ricordi, con le sue paure, con le sue incertezze, con le sue storie, una vita passata nei piccoli granelli di una polvere blu trattenuta ancora un poco nelle linee del palmo. E con questa sensazione, osserviamo ancora i quadri di Pietro… La notte solleva un poco il suo nero e scopre il blu di uno spazio che ci contiene, tutti, partecipi e involontari protagonisti di racconti e novelle. Quelle storie che abbiamo ascoltato, quelle che noi abbiamo raccontato o ancora quelle che con abilità abbiamo inventato; storie di vita, pellicole srotolate dove ritroviamo ancora una volta quel nostro oltre. Così sorridiamo ad un presente che ci conforta nello scorrere di immagini che, comunque, della bellezza hanno la genesi, la volontà e la sommessa voluttà.
Sorride forse anche Nietzsche nella considerazione di una nuova attenzione, meno rassegnata, più vicina ai palinsesti dei nostri ricordi, al sentimento indispensabile della Bellezza.
 Tutto questo, Bortolotti, ci conduce - probabilmente non sempre consapevolmente – a rivalutare: la Bellezza del viver nella consapevolezza del patrimonio comune, nella volontà di inseguire quell’oltre, nella necessità di trattenere il nostro tempo, nella coscienza dell’individualità, nella ricchezza del pensiero creativo, nell’Altro che ci cammina a fianco. Per non smettere mai, di Ricercare il nostro futuro.