La solitudine del
signor Gray
di Luca Bortolotti
"E' questo uno di quei casi in cui la storia decide di raccontarsi,
e tu, volente o nolente, devi seguire i suoi dettami. La Solitudine
del Signor Gray nasce proprio come inizia il racconto: mi trovavo
in casa di una persona, e la stavo intervistando. Nel suo salotto, però,
c'era quel quadro, quello descritto nella storia. E il suo fascino su
di me risultò tale da indurmi ad arrivare a casa dicendomi: devo
farci un racconto. E così ho fatto, non subito, però,
ho lasciato che il tempo rendesse meno nitidi i confini della realtà,
per potere dare maggiore sfogo alla fantasia. E come capirete leggendo
il racconto, il nome Gray non è affatto casuale."
"L'unico modo
di liberarsi di una tentazione è abbandonarvisi. Resisti, e la
tua anima si ammalerà del desiderio delle cose che si è
proibite, di passione per ciò che le sue stesse mostruose leggi
hanno reso mostruoso e illegale."
O.Wilde, da Il ritratto di Dorian Gray
Continuavo a fissare il quadro. Il mio interlocutore era
lì, davanti a me, eppure io continuavo a guardare una ventina
di centimetri al di sopra della sua testa. Lui mi parlava, ma io non
lo ascoltavo, ero completamente rapito. Le sue parole mi giungevano
come un brusio percepito in lontananza, distanti mille miglia da me
e dal mondo in cui mo trovavo in quel momento. Sapevo che avrei dovuto
prestare maggiore attenzione, sapevo che non mi stavo comportando da
professionista, sapevo che con tutta probabilità poi sarei andato
in redazione e mi sarei accorto di non sapere cosa scrivere, trovandomi
così obbligato a perdere altro tempo per ascoltare la registrazione
di quella conversazione. Eppure non potevo distogliere gli occhi e la
mente da quel quadro, aveva su di me un potere magnetico, attrattivo,
sensuale. Molte persone che conosco, mia moglie prima di tutte, non
avrebbero esitato a giudicare quella tela orribile, disgustosa, spaventosa.
E il punto stava proprio lì. Aveva quel non so che di terrorizzante,
morboso, inquietante. Guardarla mi procurava un brivido lungo la schiena
e una sensazione che davvero non potrei descrivere. Sapete quando qualcosa
vi dà un senso di irrequietezza a cui non si riesce a resistere
senza però capire il motivo di questa sensazione? Ecco, quella
era la mia situazione. Il fascino del terrore, la voglia di sapere,
la voglia di fare domande per capire cosa ci fosse dietro a quelle pennellate.
Chi era l'autore? Come si intitolava quel quadro? Ma soprattutto, perché
aveva dipinto una cosa così terrorizzante, così destabilizzante
per l'equilibrio mentale, così enigmatico? Cosa pensava mentre
lo aveva concepito prima e realizzato poi? Dovevo sapere, forse la conoscenza
avrebbe mitigato la mia inquietudine, o forse l'avrebbe fatta aumentare.
Chissà quali storie si celavano dietro a quel quadro. Ogni cosa
porta con sé tutta una serie di eventi, episodi, aneddoti meritevoli
di essere raccontati, tanto più una creazione dell'immaginazione
e dell'inconscio come un quadro. Che ne sapevo, magari quel dipinto
era stato fatto da un assassino subito dopo avere ucciso una persona,
oppure da un folle ricoverato in un ospedale psichiatrico. Comunque
fosse, avevo un solo grande impulso in quel momento: volevo capire,
ecco perché non stavo ascoltando la persona che stavo intervistando.
Ecco perché una persona come me, che non ha mai capito né
voluto capire nulla di arte, improvvisamente si era ritrovata con una
certezza: quello era il quadro più bello che fosse mai stato
dipinto, e io dovevo assolutamente averlo.<<Abbiamo terminato.
La ringrazio, signor Berselli.>> dissi, alzandomi dalla poltrona
e allungando la mano verso l'uomo che avevo appena finito di intervistare.
Tentennai un attimo, mentre anche lui mi salutava, e stavo davvero per
andarmene senza aggiungere nulla. Sapevo che forse non era il caso,
e per di più c'era qualcosa che mi diceva di lasciare perdere,
approfittare del momento e andarmene il primapossibile. Invece, una
volta arrivato davanti alla porta d'ingresso, mi girai verso il signor
Berselli, e glielo chiesi.<<Scusi, posso chiederle un'ultima cosa?>>
<<Naturalmente>> disse <<Ha bisogno di qualche altro
dato?>><<Bè, in effetti non c'entra con l'intervista.>>
confessai, un po' imbarazzato. Che mi era venuto in mente? Perché
volevo saperlo? Non era un mio amico, era una persona che non conoscevo
e non avevo mai visto prima, perché fargli certe domande? Questo
era ciò che mi chiedevo in quel momento, ma in realtà
- a pensarci a mente lucida - la domanda più pertinente sarebbe
stata un'altra. Perché ero così agitato? Mi vergognavo
forse di chiedere certe cose a uno sconosciuto? Suvvia, non era certo
una cosa così imbarazzante o personale, non ero più un
bambino. E allora? Come spiegare quell'inquietudine?Berselli notò
la mia titubanza, così mi incalzò:
<<Fa lo stesso, mi dica. Di che si tratta?>><<Quel
quadro.>> risposi, indicando la tela che si trovava dietro di
lui. <<Non ho potuto fare a meno di notarlo.>><<Le
piace?>> mi chiese Berselli, sorridendo.<<Non posso negarlo...
E'... deliziosamente inquietante... non so se ha senso per lei una definizione
di questo tipo...>>
<<Sì, forse posso intuirlo... anche a mia moglie ha fatto
quell'effetto, quando lo ha acquistato. Almeno a giudicare dalle sue
parole. A me non piaceva affatto, però lei ne sembrava estasiata.
Io lo ritenevo spazzatura, mi faceva paura e mi sentivo addirittura
minacciato da quel quadro. So che non ha senso, eppure creava in me
una brutta sensazione. Carla, invece, ne sembrava rapita, estasiata.
Non faceva altro che parlarne, e lo fissava per ore...>>
<<Non sapevo fosse sposato.>> dissi io, in maniera istintiva,
pentendomi immediatamente di quello che era uscito dalla mia bocca.
Non portava la fede, quindi avevo dato per scontato che non ci fosse
o fosse stata una moglie nella sua vita. Tuttavia sapevo che quella
frase mi avrebbe portato a una figuraccia.<<Lo ero.>> disse
infatti Berselli, a confermare le mie paure. <<Poi lei se ne è
andata. Sa, proprio poco dopo avere acquistato quel quadro. Si può
dire che sia l'ultimo ricordo che mi lega a lei. Per questo l'ho lasciato
lì dov'era, nonostante non mi piacesse. Anche se non nascondo
che continuo a guardarlo con un certo brivido. Mi sento quasi osservato
dagli occhi vuoti di quell'uomo. E c'è qualcosa in me che non
si rassegna a legarlo in una qualche maniera alla morte di Carla. Sarà
la rabbia per averla persa in quel modo, sarà l'amarezza di avere
vissuto così male gli ultimi periodi in cui lei era qui. Negli
ultimi periodi non era più la stessa, era diventata irascibile,
agitata, scontrosa, a volte persino violenta. Non sapevo più
chi avevo in casa. Sono due anni ormai che non c'è più,
e mi manca ancora molto. Ma questo non le interessa.>>Ciò
che voleva dire era in effetti, questo non le deve interessare, e lo
capivo. Avrei voluto chiedergli come era morta sua moglie, ma non mi
sembrava il caso. Come non mi sembrava più il caso di insistere
a domandargli del quadro. Mi sorprese il senso di sollievo che mi provocò
quella consapevolezza.<<Se le piace, le posso fare avere il nome
e il recapito dell'autore... non so, nel caso volesse una copia... >>
Maledizione, perché l'aveva detto? Se c'era qualche possibilità
di uscire da quella casa senza aggiungere una parola sull'argomento
e di evitare così di alimentare la mia morbosa curiosità
nei confronti di quel quadro, con quelle parole Berselli le aveva vanificate.<<Io...
>> io cosa? Cosa stavo per dirgli, perché non potevo semplicemente
lasciare perdere, ringraziarlo, scusarmi per la perdita di tempo che
gli avevo causato e andare a scrivere il mio articolo, in redazione,
fuori da quella maledetta casa? <<Io gliene sarei molto grato...
sa, credo proprio che lo comprerò, sempre che le pretese dell'autore
non siano esagerate, si intende... >> dissi invece.<<D'accordo>>
rispose Berselli, e scrisse su un pezzo di carta un nome e un indirizzo,
dopo averlo controllato sull'agenda che teneva di fianco al telefono.
Me lo porse, con un sorriso amaro, e aggiunse: <<Ecco qua. Che
le possa portare più fortuna di quanta non ne ha portata a mia
moglie.>>Passai dall'autore del quadro quella sera stessa, appena
uscito da lavoro. Ero ansioso di vederlo, di parlare con lui. E naturalmente,
di comprare la sua opera.Enrico Basigli, così si chiamava, si
rivelò un personaggio decisamente particolare. Di certo l'incontro
fu del tutto diverso da come me lo sarei aspettato. Basigli abitava
in una grande villa fuori città, e già questo mi sorprese:
quella era di certo la casa di una persona ricca, molto ricca, e io
ero certo di trovarmi davanti a un umile pensionato, o qualcosa del
genere.Quando poi ebbi modo di conoscere il proprietario di quell'immenso
edificio rimasi sbalordito dall'eccentrica personalità di quell'uomo.
Basigli era un giovane uomo tra i trentacinque e i quaranta, che sembrava
avere fatto dell'eleganza la sua ragione di vita. Si presentò
a me con raffinati pantaloni scuri, giacca di raso con una piccola apertura
a livello del collo che lasciava intravedere una camicia bianca e una
cravatta bordeaux, perfettamente intonata alla giacca. Sembrava uscito
da un libro dell'800, un perfetto lord inglese della Londra bene.Il
suo parlare lento e cadenzato, le parole scandite chiaramente, i termini
educati e riverenziali erano tutte caratteristiche che accentuavano
questa mia percezione. Mi accolse nella sua "umile dimora"
- come l'aveva chiamata lui, non senza una punta di compiacimento -
non appena gli spiegai che mi aveva mandato da lui Berselli. <<E'
un brav'uomo. E un caro amico.>> mi disse <<E' davvero tremendo
quel che è successo a sua moglie... >> Basigli lasciò
la frase in sospeso, quasi come se si aspettasse che aggiungessi qualcosa.
Bè, avrei potuto chiedere a lui come era morta la moglie di Berselli,
ma non lo feci. Non so esattamente perché... forse pensavo che
sarebbe stato meglio continuare a non saperlo. Visto che io non parlai,
fu allora il pittore a riprendere il discorso:<<Sa, anche io ero
sposato, qualche anno fa. E anche mia moglie è morta, un anno
dopo il nostro matrimonio. Ho sofferto, certamente, ma non nella misura
in cui potrebbe immaginare. I giorni seguenti la dipartita di Sara dalla
vita terrena i miei amici non facevano altro che passare da me per consolarmi.
E si stupivano, erano esterefatti, addirittura si innervosivano nel
trovarmi già consolato. Io non avevo bisogno che qualcuno mi
tirasse su di morale. Io stavo già bene, non c'erano problemi.
Confidai a uno dei miei amici di essere stato a teatro a seguire la
messa in scena di Sogno di una notte di mezza estate la sera stessa
della morte di mia moglie. Gli stavo raccontando della magnifica recitazione
con cui gli attori mi avevano deliziato quella sera, quando lui mi ha
interrotto, quasi disgustato dalle mie parole. Mi chiedeva come fosse
possibile che io accettassi la morte di Sara con quella semplicità,
quasi non mi importasse. E io gli domandai se disperarmi e permettere
loro di commiserarmi avesse forse potuto rendermi mia moglie. Ma io
mi chiedo: che importanza ha l'effettivo trascorrere del tempo? Generalmente
le persone impiegano anni per riprendersi da un trauma, e non sempre
vi riescono. Solo i superficiali, a mio parere, necessitano di così
tanto tempo per liberarsi da un'emozione. Essere padroni di sé
stessi, ecco qual'è la qualità suprema. Chi sia padrone
di sé può porre temine a una sofferenza con la stessa
facilità con cui inventa un piacere. E' tutta una questione mentale,
di autocontrollo. Di per sé, gioia e dolore non esistono. Sono
stati mentali, alterazioni della normale percezione del reale. Non voglio
essere in balia delle mie emozioni. Voglio servirmene, goderle e dominarle.
Questo è l'atteggiamento degno di un uomo, l'unico che gli si
addice.>>Mi limitai ad osservarlo e ad annuire, davvero non sapevo
cosa controbattere. Era un discorso cinico e crudele, in un certo senso,
eppure non privo di fascino. Mi chiesi se la pensasse davvero così
o se il suo fosse un atteggiamento, un ruolo interpretato solo per darsi
un certo tono.Percorrendo gli ampi corridoi della sua casa, pomposi
e colorati, ricchi di quadri e decorazioni, un brivido mi scese lungo
la schiena. Chi era quello strano personaggio, così eccentrico,
così fuori da ogni schema, così diverso da qualsiasi altra
persona che io avessi mai conosciuto? Una cosa era certa: ero al contempo
attratto e spaventato da lui. Proprio come dal suo quadro. Mentre Basigli
apriva la porta della stanza dentro la quale conservava tutte le sue
opere mi chiesi per l'ultima volta se volessi davvero comprare quel
quadro. Non riuscii a darmi una risposta. Non ne avrei più avuta
una.<<Io adoro l'arte.>> disse Basigli, allargando le braccia
in un gesto che voleva abbracciare tutti i quadri esposti in quella
stanza. Le pareti erano ricoperte interamente delle sue tele, credo
che non fossero distanziate da nemmeno una decina di centimetri. <<E'
la più grande invenzione dell'umanità, a mio modo di vedere.
Anzi, è l'unica invenzione che sia mai stata fatta. Tutto si
ricollega all'arte, in una maniera o nell'altra. Nell'arte l'uomo trova
la sua essenza, la sua realtà. L'unico imperativo morale che
dovrebbe avere una persona, l'unico obiettivo da perseguire, dovrebbe
essere la bellezza, lo splendore, la perfezione raggiungibile solo attraverso
l'opera d'arte, più puro dei mezzi di comunicazione messi a disposizione
dell'animale uomo. E i quadri... i quadri sono la più riuscita
forma d'arte ad oggi conosciuta. Saprebbe trovare qualcosa di altro
che rappresenti in maniera così fedele il pensiero dell'autore
e al contempo dell'infinità di lettori e osservatori empirici
che si arrovellano nel tentativo di decifrare la voluntas generatrice?
E' il quadro che ti possiede, non il contrario. Ci sembra di averlo
in nostro potere, di poterlo piegare ad ogni nostro vezzo interpretativo.
In realtà, però, è lui che prende possesso di noi
e della nostra capacità di azione, ci paralizza e ci annichilisce
con la sua infinita potenzialità espressiva ed evocativa. Si
ricordi, un quadro è vivo, e come ogni cosa viva possiede una
volontà propria, e farà di tutto per imporla a chi lo
osserva.>>
Non ero per nulla sicuro di avere capito ciò che mi voleva dire,
ma ero affascinato dalle sue parole. Inoltre, il pacato incedere della
sua parlata aveva su di me un potere magnetico: non potevo evitare di
ascoltarlo, e, in un certo qual modo, di dargli ragione.<<Allora,
mi dica, qual'è il quadro che le interessa?>> mi chiese
poi.
<<Bè, è lo stesso che ha venduto alla moglie del
signor Berselli, a quanto mi ha detto lui. E' quello con...>>
<<Certo, certo, me lo ricordo perfettamente. Si intitola La solitudine
del signor Gray. E' questo, vero?>> mi domandò, staccando
dalla parete un quadro. Era proprio lui, e io ebbi un sussulto nel vederlo
nuovamente. Provai una fitta di dolore allo stomaco, come se mi avessero
tirato un pugno ben assestato. La tela ritraeva un vecchio uomo, dalla
postura elegante, uno sguardo fiero, indirizzato dritto negli occhi
dello spettatore. Dietro ai suoi occhiali si celavano occhi gelidi come
il ghiaccio, severi, che davano la sensazione di seguirti, anche quando
voltavi le spalle. Il suo vestito era elegante, una camicia bianca,
una giacca blu aperta sul davanti, una cravatta dello stesso colore.
Ma c'era qualcosa di scomposto, disordinato, quasi delirante nell'immagine
complessiva che ne derivava. Forse erano quei capelli, spettinati, come
elettrizzati, rizzati sopra una testa quasi calva, a conferire un'aura
di follia all'uomo raffigurato nella pittura. Le sue mani rugose e solcate
da grosse vene erano poggiate sulla coscia in una posa di apparente
compostezza. Lo sfondo era completamente buio, privo di qualsiasi punto
di riferimento, come se tutto ciò che avrebbe dovuto essere lì
fosse stato inghiottito in un buco nero. L'assenza di contesto posizionava
l'immagine in un tempo e in una dimensione imprecisati, e ciò
naturalmente alimentava i timori e il senso disforico di inquietudine
che il quadro creava nell'osservatore. Non si poteva definire dove fosse
quell'uomo, né cosa ci fosse assieme a lui. Quel quadro mostrava
ed evocava impietosamente la paura primordiale dell'uomo: l'occulto,
ciò che non conosciamo né vediamo, in una parola, il buio.Ma
l'elemento realmente terrorizzante era un altro: di fianco all'uomo
seduto, dal buio, come proveniente dal nulla, spuntava un babbuino con
le fauci spalancate. Sembrava urlare, di un grido straziante, orribile.
Così facendo metteva in mostra due zanne lucenti e affilate come
lame. Osservando con concentrazione, sembrava quasi di sentire il grido
terribile della scimmia.Improvvisamente mi resi conto che i miei battiti
cardiaci erano accelerati notevolmente, e che un senso di angoscia opprimente
si stava impossessando di me. Perché ero ancora lì? Perché
non ero tornato da mia moglie, dopo il lavoro, e non avevo lasciato
perdere quel maledetto quadro?Ma ormai era tardi. Sarei uscito di lì
con quel quadro, volente o nolente. Avevo fretta però di andarmene,
l'eccentricità di Basigli non mi piaceva più, mi spaventava
solo terribilmente. Per questo non volevo più sapere il percorso
generativo che aveva portato Basigli a dipingere quel quadro, né
chi fosse veramente quello strano personaggio. Volevo solo andarmene.
E in fretta.<<Quanto vuole? Lo devo assolutamente avere.>>
dissi, concitato, e il mio sguardo non doveva differire molto da quello
di un folle.<<Soldi? Lei vorrebbe offrirmi soldi per la mia opera?
Non sia volgare, la prego. Le opere d'arte non sono fatte per essere
scambiate con lo squallido denaro. L'arte deve essere gioia per i sensi,
tripudio e trionfo della bellezza e dell'apparenza, creazione divina
che stimoli la fantasia e la gioia di vivere. Svilirla mercificandola,
rendendola solo uno strumento di guadagno, è quanto di più
spregevole possa esistere agli occhi di chi della bellezza e dell'estasi
estetica ha fatto una ragione di vita. Io non voglio soldi, né,
in verità, ne ho bisogno. Che differenza farà mai qualche
euro in più per una persona già ricca come me... Le piace?
Crede di potere vivere appieno i suoi significati, la sua anima pulsante?
Pensa di farne una ragione di vita e non solo un oggetto meramente ornamentale?
Lo prenda, è suo. Ma a un patto: non ne tradisca l'essenza, ascolti
quello che il quadro ha da dirle. Avrà delle sorprese.>>Mi
tremavano le gambe, e le parole non riuscivano a venirmi. Accettai il
regalo e promisi a Basigli di dare dignità alla sua opera, proprio
come mi aveva chiesto con tale premura, poi fuggii a casa mia il più
rapidamente possibile. Come previsto, mia moglie Francesca si mostrò
praticamente disgustata dal quadro che io invece tanto amavo (ma lo
amavo davvero? O ne ero solo morbosamente attaccato e attratto?).Quando
lo vide fece una smorfia di orrore e mi impose di coprirlo immediatamente.<<Non
vorrai appenderlo da qualche parte in casa, vero?>> mi chiese.<<Bè,
l'idea era quella. Questo si fa coi quadri, di solito. Sai, serve un
chiodo e... >><<Sì, certo, evita il sarcasmo, grazie.
Quel... quel... quello schifo non starà mai nelle pareti della
mia casa. Non finché ci sarò io, per lo meno.>><<Ma
di cosa stai parlando? Non fare la bambina, Frency, è solo un
quadro, non... >><<Un quadro orribile.>> puntualizzò
lei.
<<Tu non capisci proprio un bel niente di arte. E' stupendo.>>
insistetti io.<<Certo, perché tu sei il maggiore critico
di pittura degli anni '90. Ma se non sai riconoscere la differenza tra
un Picasso e La Gioconda! E omunque non ha importanza, non lo voglio
vedere più. Mi hai capito?>><<Non essere sciocca,
dai.>><<Non sono sciocca. Ti ho detto una cosa ben precisa,
mi pare. E quanto avresti pagato questo scempio? Vediamo se devo fare
due risate.>><<Niente, l'autore me l'ha regalato.>><<Ah,
ecco, appunto. Doveva ritenerlo davvero il suo capolavoro, se te l'ha
dato senza pretendere un soldo. Probabilmente si vergognava di chiedere
dei soldi per una cosa del genere. Fortuna che ci sono ancora persone
oneste, al mondo.>><<Non riesco a spiegarmi la tua ostilità
verso questo quadro.>> le dissi, non mi andava di raccontarle
ciò che mi aveva detto Basigli. Non sarebbe servito a nulla,
e poi... bé, poi ero ancora un po' turbato da quell'incontro,
non mi andava di parlarne. <<Non puoi dire che è un brutto
quadro solo perché a te non piace. Non ho intenzione di inchinarmi
a questo tuo capriccio immotivato e pieno di pregiudizi.>><<Senti,
l'ho visto per pochi secondi appena, e ti ho detto immediatamente di
coprirlo e portarlo via. Ho mai avuto una reazione simile per qualcos'altro?
Il fatto è che ho avuto davvero una brutta sensazione quando
ho visto quella scimmia urlante, e una ancora peggiore mi è derivata
dallo sguardo di ghiaccio, vuoto, del vecchio. Io... non lo so, credo
che ci sia qualcosa di sbagliato in quel quadro, qualcosa di orrendo.
Mi mette a disagio, in allarme, mi fa sentire in pericolo, minacciata
da qualcosa. E' una sensazione, di certo non significa nulla, ma mi
fa stare male. Per favore, toglimelo dalla vista. Te ne sarei grata.>><<Certo,
come vuoi, non lo metterò in casa, se proprio deve farti stare
male.>><<Lo butterai? Oppure restituiscilo. Non può
fare bene a nessuno, un quadro del genere.>><<Questo non
posso promettertelo.>> risposi, scostando il mio sguardo dal suo
volto. <<Però posso assicurarti che non lo vedrai più.>>Il
mattino seguente portai La solitudine del signor Gray in uno stanzino
nella soffitta di casa, e lo appoggiai lì, coperto da un telo.
Lì dentro solo io lo avrei potuto ammirare. Avrei tenuto nascosta
la chiave così che Francesca non avrebbe mai potuto entrare e
vederlo. La sua reazione mi aveva stupito, ma fino a un certo punto.
In fondo anche io avevo provato le stesse sensazioni che mi aveva descritto
lei, la prima volta che avevo visto il quadro. Insicurezza, ansia, paura
quasi sconfinante nel terrore. Era chiaro che quel dipinto aveva la
capacità di insinuarsi nella mente per creare qualche forte sensazione,
che fosse poi euforica o disforica non importava. A contare era che
esso colpisse a fondo, penetrasse nel cuore di chi lo osservava per
creare un moto emozionale netto, senza posizioni intermedie: o lo amavi
ed eri costretto a stargli vicino, ad ammirarlo in continuazione, o
lo odiavi e non ne potevi sopportare la vista. Mediazione non sembrava
possibile. Non per me, almeno.Il punto era che quelle passioni forti
che entrambi avevamo provato erano state interpretate in maniera del
tutto opposta da me e da Francesca. Le sensazioni che la avevano invogliata
a rifiutare, allontanare, odiare il quadro, erano le stesse che avevano
creato in me il desiderio irrefrenabile di averlo.Guardandolo lì,
tra la polvere e le ragnatele, nella penombra dell'attico, illuminato
solo dalla flebile e lattiginosa luce lunare proveniente dal lucernaio,
metteva davvero i brividi. Eppure io rimanevo lì, davanti a lui
(lui, sì, lui, lo sentivo pulsare e battere di vita propria esattamente
come se fosse un essere vivente. No, non come se fossero il vecchio
o la scimmia ad essere vivi, ma come se lo fosse il quadro, nel suo
complesso) e il mio sguardo non poteva volgersi altrove. Vieni a me,
sembrava dirmi, non avere paura di perderti. Avvicinati e unisciti a
me. La fronte mi sudava, benché avessi addosso solo una maglietta,
quando il fiato che mi si ghiacciava faceva da testimone al fatto che
quella soffitta doveva essere piuttosto fredda. Le mani mi tremavano,
anche se in quel momento non me ne rendevo conto. Il cuore mi stava
battendo all'impazzata. Non avevo mai avuto un battito cardiaco così
rapido, nemmeno mi sarei immaginato di potere sopravvivere a un'accelerazione
tale.Le mani mi si incollarono alle ginocchia, in una morsa da cui nessuno
sarebbe stato capace di liberarmi. Almeno così il tremore si
placò, lasciando però spazio a un dolore intenso, causato
dalla mia stessa presa, che non riuscivo però a controllare.Mi
persi a guardare quegli occhi, quei gelidi occhi di ghiaccio. Pian piano
il filtro degli occhiali scomparve e io mi trovai dentro al blu di quello
sguardo, e penetrai più in profondità, fino a scrutare
all'interno della sua mente. Non capii bene cosa vidi, ma di certo si
trattava di ualcosa di oscuro, strano, terrorizzante. Non mi piacque,
questo sicuro. Non mi piacque ma non bastò a sciogliere l'incantesimo.
La testa cominciò a girare... forte, veloce, tutt'attorno a sé
stessa... la vista cominciò ad offuscarsi, e ciò mi fece
innervosire... Dovevo guardare ancora, dovevo sapere di più,
dovevo andare avanti... avanti... avanti... ancora. Spingermi oltre.
Oltre i miei limiti. Ma era troppo anche per me. Non ero pronto.
Apparentemente senza motivo, svenni.Quando ripresi conoscenza avevo
un gran mal di testa, e non mi ricordavo assolutamente nulla di ciò
che era accaduto. L'ultima immagine presente nella mia mente era quella
di me che andavo in soffitta a portare La solitudine del signor Gray
fuori dalla vista di Francesca. Poi più nulla. Per questo motivo
non sapevo proprio spiegarmi come fossi finito nel mio letto. Meglio
così, mi dissi, non avrei dovuto spiegare a mia moglie perché
quella notte avessi dormito in soffitta. In effetti, poi, non potevo
nemmeno dirmi sicuro che tutto quello non fosse stato un sogno. Forse
non ero svenuto davanti al quadro, forse l'avevo portato nell'attico
e poi ero andato a letto, sognandomi tutto il resto. Plausibile, probabilmente
era andata esattamente così.Scesi stancamente da letto, con le
ossa indolenzite. Facevo fatica a camminare, mi sentivo stanco e fiacco
come dopo una lunga corsa. Anche la schiena non stava bene. Scesi le
scale e andai in cucina, da dove proveniva un inteso aroma di caffè.
<<Buongiorno.>> disse Francesca, porgendomi una tazzina
della mia droga quotidiana. La tv era accesa, come ogni mattina, e stava
andando in onda la prima edizione del telegiornale di quel giorno: tra
le principali notizie vi erano il varo della nuova riforma dell'istruzione,
il solito bollettino di guerra, una strage famigliare, e persino la
notizia di un uomo ucciso proprio nella mia città, quella notte.
Pareva che l'arma del delitto fosse un normale coltello da cucina, anche
se la polizia brancolava nel buio per quanto riguardava il colpevole.
Non ci feci molto caso, comunque, cose del genere capitavano di continuo,
ovunque.<<Buongiorno anche a te.>> la salutai, prendendo
dal cestino della frutta una mela. Cercai un coltello per sbucciarla,
trovandone uno appoggiato di fianco alla tv. Aveva una macchia di ketchup
sulla lama, così lo sciacquai e dissi a Francesca: <<Ricordati
di lavare le posate prima di toglierle dal lavandino, cara.>><<A
che ora sei venuto a letto stanotte?>> mi domandò, ignorando
la mia affermazione <<A mezzanotte ancora non c'eri, poi io mi
sono addormentata.>>Dannazione, non me lo ricordavo, non ne avevo
la più pallida idea. La mia ipotesi del sogno cominciava a vacillare,
in effetti. Avrei potuto dirle un orario, così, a caso, giusto
per farla tranquillizzare, ma non le volli mentire.<<Sinceramente
non lo so. Cioè, non ci ho fatto caso. Ma che importanza ha?>>
<<Non so, non molta forse. Certo che, a giudicare dal tuo aspetto,
doveva essere parecchio tardi. Non hai l'aria di uno che ha dormito
molto... sembri... sembri più vecchio di una decina d'anni, sai?>><<Addirittura?>>
feci io, sorridendo, anche se in effetti aveva centrato il punto: era
proprio come mi sentivo, più vecchio. <<Così mi
offendi.>><<Bè, è così. Sembri molto
stanco.>> poi assunse un atteggiamento di rimprovero e aggiunse:
<<Non è che sei rimasto per ore in soffitta a guardare
quel dannato quadro, vero?>><<No, Frency, mi ricorderei
se fossi rimasto fino a tardi lì. Di certo quando sono venuto
a letto tu ti eri appena addormentata.>> stavolta avevo mentito.
Non sapevo quanto fossi rimasto in soffitta, non sapevo da quanto lei
aveva preso sonno quando ero andato a dormire anche io... non sapevo
nemmeno come ci fossi arrivato, a letto.<<Quindi non neghi di
essere stato a... a... sì, a fare visita, a quel quadro.>><<No,
non lo nego, ma ripeto: che importa?>>
<<Oh, amore, non andarci più per favore. Sbarazzatene,
ti prego. Credo che abbia un'influenza negativa su di te.>><<Ma
che scemenze sono queste?>> le chiesi, alzando la voce.<<Lo
so che è stupido, eppure ho questa strana sensazione. Non sono
tranquilla. Mi faresti sentire decisamente meglio se te ne sbarazzassi.
Che ti costa? Mi prometti che lo restituirai? Magari oggi stesso?>><<
Non posso farlo, tesoro. Davvero non posso. Mi dispiace.>> A lungo
mi trattenni titubante sulla soglia della porta di ingresso della stanza
del quadro, con la chiave in mano. Ripensai a ciò che mi aveva
detto Francesca. Pensai che la sua era una reazione sciocca, quasi infantile.
Che cosa poteva farmi mai quel quadro? Era solo un oggetto, un dipinto,
non poteva certo farmi del male. Non potevo, e nemmeno lei poteva, credere
ai fantasmi. Eppure non potevo biasimarla, né evitare di sentirmi
in una certa misura in empatico contatto con lei e coi suoi sentimenti.
Era turbata, perché era certa che quel quadro avesse una qualche
influenza su di me. E, probabilmente, anche io lo credevo. Non sapevo
come, ma c'era qualcosa di strano, di sbagliato, nelle sensazioni che
provavo dinnanzi a quella pittura.
Come vi ho già spiegato, io non ho mai capito nulla di arte.
Quando mia moglie mi aveva ironicamente rimproverato di non essere in
grado di distinguere un Picasso da La Gioconda non aveva esagerato di
molto. Ma non era tutto qui. Non solo non la capivo, l'arte la odiavo
e addirittura la disprezzavo. Per lo meno a livello di pittura. Adoro
la letteratura, io stesso scrivo, pur senza sentirmi per questo un'artista,
mi piace la musica così come il cinema, ogni tanto mi è
pure capitato di andare a teatro. Ma le arti visive erano qualcosa che
non potevo compatire. Colpa del corso di Storia dell'arte del liceo,
forse, che aveva contribuito ad accrescere la mia forse prevenuta avversità
nei confronti dell'arte. Probabilmente, però, la odiavo proprio
perché non la capivo. Non ero in grado di decodificarla, quindi
semplicemente avevo deciso di ignorarla e classificarla come qualcosa
che non mi piaceva né avrebbe mai potuto piacermi.Per questi
motivi era sorprendente il modo in cui mi ero attaccato e, sì,
pure affezionato, a La solitudine del signor Gray. Nessun quadro, nemmeno
il più applaudito dei capolavori, mi aveva strappato più
che uno sguardo, una parola di apprezzamento. Invece quel dipinto, probabilmente
(non avevo le competenze adeguate per dirlo con certezza) di realizzazione
mediocre, mi aveva rapito e non potevo più farne a meno.In un
certo era come una droga. Dopo averne avuto una dose, non ero in grado
di rinunciarvi più. Ma dove mi avrebbe portato tutto ciò?
A cosa si riferivano i brutti presagi che Francesca diceva di avere
a riguardo? Perché non potevo darle ragione e rinunciare al quadro
una volta per tutte? Ero convinto non si trattasse dell'ennesimo caso
in cui avevo manifestato la mia cocciutaggine. E' vero, spesso mi intestardisco
su qualcosa, e voglio avere ragione a tutti costi. E' uno dei mie difetti,
lo ammetto. Eppure non quella volta. Era qualcosa di diverso, non semplice
voglia di contraddire Francesca pur di non dargliela vinta, non immatura
volontà di imporre la mia ragione per non offendere la mia virilità.
Mi tornò in mente una delle frasi che mi aveva detto Basigli
due sere prima: è il quadro che ti possiede, non il contrario.
Temevo di stare imparando a capire cosa volesse dire. Una domanda sopra
tutte: quando avrei smesso? O meglio, ce l'avrei fatta a smettere? Ero
ancora in tempo a farlo prima di impazzire totalmente, quello sì.
Ma avrei dovuto fermarmi subito, già in un paio di giorni quel
quadro aveva invaso tutti i miei pensieri e non riuscivo più
a pensare ad altro che ad esso. Odio dirlo, ma avrei dovuto dare ragione
a Francesca. Se fossi entrato ancora una volta in quella stanza, probabilmente
non ci sarebbe stato ritorno. Avrei dovuto rassegnarmi a diventare un
folle visionario che trascorre le sue giornate in una soffitta polverosa
assieme solo al suo quadro e a qualche ragno. Non avrei più vita
sociale, mia moglie mi avrebbe lasciato, i miei amici si sarebbero allontanati
da me, avrei perso il lavoro. Sarebbe accaduto di sicuro se non fossi
riuscito a togliermi il quadro di Basigli dalla mente.
Rimasi in piedi a pensare, con la chiave infilata nella serratura. In
fondo, la scelta era semplice. O rinunciavo al mio dannato dipinto,
buttavo via la chiave e ricominciavo la mia vita normale; oppure sceglievo
di vivere il quadro e non più la mia vita. A o B, signore? La
accendiamo?Un rivolo di sudore mi scese dalla fronte, percorrendo le
curve del mio volto. Non so perché, ma quella mi sembrava una
scelta di vita. In fondo, invece, era una stupidaggine. Come potevo
pensare che quel quadro avrebbe potuto veramente rovinarmi la vita?
Non potevo essere diventato realmente così paranoico!Trassi un
respiro profondo, girai la chiave ed entrai.Il mondo era nero, buio.
Non si vedeva a un metro dal mio naso. Così mi sarei immaginato
l'inferno, se mai mi fossi messo seriamente a pensarci.Dove ero? Che
stavo facendo?Le gambe così pesanti, barcollanti. La vista offuscata,
anzi, quasi del tutto oscurata, come se avessi un telo scuro sul volto.
La sensazione di delirio, incapacità di autocontrollo, impossibilità
di manovrare la mente.Annaspavo a mani protese in un universo parallelo,
buio, troppo buio.Avevo paura, ma non riuscivo a fermarmi. Continuavo
a barcollare in avanti, cercando un appiglio o un punto di riferimento
. D'improvviso grida, fastidiose grida che penetravano nel mio cervello
impotente come lame affilate.E' la scimmia, è lei che urla. E'
qui con me, con me. Sono il signor Gray e qui da qualche parte c'è
la mia scimmia del cazzo. Perché non la smetteva, dannazione,
perché non la finiva di gridare? Maledetta, mi stava facendo
impazzire. Il verso stridulo, sembrava quasi umano. E mi dava fastidio.
No, non paura, fastidio.I suoni, odiavo i suoni, e in quel momento mi
sembrava di percepirli come provenienti da un enorme amplificatore.Non
ci vedevo. Ero cieco. E presto sarei divenuto anche sodo, se non avessi
fatto smettere, in un qualche modo, quei versi.Un colpo, qualcosa mi
colpisce. Una fitta di dolore a una spalla.Un altro colpo, un urto contro
qualcosa.La sensazione di caldo sulle braccia e sulle mani. Qualcosa
di liquido che mi scorre nel palmo. Finalmente la scimmia cessò
di sbraitare.Lentamente tutto stava svanendo.Il buio cominciava a farsi
lentamente meno fitto.
Uno spiraglio di luce mi penetrò la retina.Gli occhi si aprirono.Mi
risvegliai nel mio letto, stordito e con un mal di testa tremendo.Ancora
una volta non mi ricordavo che fosse successo. Come la sera prima, il
mio ultimo ricordo si riferiva al quadro, e allo sguardo del signor
Gray. Nient'altro. Ero svenuto ancora? Probabile. Come ero tornato a
letto? Impossibile stabilirlo.Francesca era in cucina a preparare la
colazione, di nuovo. La sensazione era molto particolare, esprimibile
alla perfezione con quella parola che si può dire solo in francese:
deja vù. Ieri, oggi, domani. Confini spazio-temporali molto labili,
in fondo. Qualcosa non andava. Qualcosa in me non andava. Cosa?Bé,
tutto, maledizione. Non sapere cosa avevo fatto, non ricordarsi nulla
della sera prima, l'essere con ogni probabilità svenuto per due
giorni di seguito. E come filo conduttore della vicenda, dei mie interrogativi,
un unico oggetto: il quadro. No, non più quel quadro, come l'ho
chiamato sin qui. Il quadro, l'unico che avesse senso per me.Francesca,
perché non l'avevo ascoltata? Eppure sapevo che lei aveva un
sesto senso per certe cose, avrei dovuto fidarmi di lei e delle sensazioni
negative che aveva avuto nei riguardi del quadro.
Era deciso, però: me ne sarei liberato. Quel giorno stesso, appena
tornato dal lavoro. Poco ma sicuro. Se non altro per capire se quella
non fosse una semplice coincidenza. Maledetto Basigli, perché
mi aveva fatto entrare in quell'incubo, senza avvertirmi di nulla? Sono
certo che fosse a conoscenza del potere malefico de La solitudine del
signor Gray. E non aveva fatto nulla per dissuadermi dal comprarlo.
Nemmeno un accenno alle sue proprietà quasi mistiche. Era lui
il colpevole di tutto ciò, lo sapevo. Era stato scorretto da
parte sua circuirmi con tutti quei vaniloqui riguardo l'arte e il suo
potere, l'estetica della bellezza... mi aveva infarcito la mente di
stupidaggini, confondendomi con le sue belle parole.Francesca era anche
quel giorno al piano di sotto a preparare la colazione. La televisione
era accesa come sempre sul telegiornale, a giudicare da quello che riuscivo
a sentire: incendi, furti, e via dicendo. Prima di scendere mi fermai
in bagno a darmi una sciacquata. Alzandomi da letto accusai con non
poca sorpresa una fitta al costato, e un fortissimo mal di schiena,
come se mi avessero spezzato la colonna vertebrale in due tronconi.
Come se non bastasse, la spalla destra mi bruciava maledettamente.
Quando arrivai in bagno, e mi vidi allo specchio, rimasi di stucco.
Innanzi tutto capii il perché di quel bruciore alla spalla. Una
lunga - ma, per fortuna, poco profonda - ferita mi solcava la parte
superiore del braccio, ricoperta da una crosta di sangue coagulato.
Come diavolo me l'ero fatta? Ero caduto su qualcosa di affilato quando
- a questo punto mi sembrava sempre più probabile - ero svenuto?
Altrimenti, che altro poteva essere successo?a quella era una cosa che
non mi turbava più di tanto (per quanto non possa turbare una
grossa ferita che scopri di avere senza sapere il perché), in
quanto potevo fornire a me stesso una spiegazione plausibile e razionale
della sua causa. Quello che mi appariva inconcepibile era il mio aspetto...
il mio volto era solcato da rughe, come se in una notte fossero passati
dieci anni. Un pensiero assurdo mi corse per la mente, ma subito lo
cancellai. Forse avevo dormito per dieci anni, magari ero caduto in
coma e mi ero improvvisamente svegliato, catapultato anni più
avanti... ma non aveva tanto senso, non fosse altro perché se
davvero fossi stato per una decina di anni steso in un letto non sarei
di certo riuscito a camminare con quella facilità.
Ma allora per quale motivo il mio volto era quello di un sessantenne?
Come era possibile una cosa del genere? Quelle rughe, i capelli erano
per gran parte divenuti bianchi, una orribile stempiatura che campeggiava
orgogliosa sulla mia testa. Che voleva dire?Possibile che un po' di
stress accumulato in quei giorni potesse avere avuto su di me un effetto
del genere? Magari era solo perché era mattina, io ero stanco
e un po' stordito... probabilmente dandomi una rinfrescata e una sistemata
il mio aspetto sarebbe apparso di certo migliore.
Scesi in cucina e mi misi a sedere, dopo avere dato il buongiorno a
Francesca.<<Hai sentito?>> disse lei, senza voltarsi, intenta
a prepararmi il cappuccino <<Stanotte hanno ucciso un'altra persona...
stavolta pare che la vittima sia riuscita a colpire l'assassino prima
di essere uccisa, ma poi non c'è stato nulla da fare... la nostra
cittadina non sembra più così tranquilla come un tempo...
La polizia pensa addirittura a un serial killer... Ti confesso che comincio
ad essere... >> si bloccò non appena, voltandosi, vide
la mia faccia.
<<Dio mio, ma che hai fatto?>> mi chiese.<<Cosa?>><<La
tua faccia... Dio santo, sembri un vecchio!>> dannazione, l'aveva
notato pure lei, evidentemente quel mio aspetto non era frutto solo
della mia immaginazione... ma non era possibile, maledizione! Non potevo
accettare quella situazione! Volevo una spiegazione, una spiegazione
razionale!<<Sono solo un po' stanco e debole... forse ho la febbre,
non sto molto bene... ma non c'è da preoccuparsi... >>
risposi, cercando di convincere delle mie parole più che altro
me stesso.
<<Senti, io e te dobbiamo parlare.>><<E di cosa?>>
<<Di te. Sono preoccupata, sai? Che ti sta succedendo? Sei stanco,
fiacco, dimostri venti anni in più della tua età, vieni
a letto a notte inoltrata, passi le tue serate in compagnia di quel
fottuto quadro. Ti rendi conto di come ti stai riducendo? Non puoi andare
avanti così... finirai per autodistruggerti. E per farmi soffrire.
Non l'hai ancora buttato, vero? Si può sapere che ci trovi di
così fantastico in quel dipinto?>>Aprii la bocca per controbattere,
ma la domanda era valida: che ci trovavo? Perché non riuscivo
a liberarmene quando non sapevo nemmeno spiegare il motivo per cui mi
piaceva?
<<Io... io non lo so... >> riuscii solo a dirle.<<Fallo
per me... non sono sicura di potere resistere ancora a lungo a questa
situazione. Non ti riconosco più da quando hai preso quel quadro.
Non vedi che ti sta consumando da dentro?>>Aveva centrato il punto.
Ecco cosa stava facendo quel dipinto... mi stava divorando. Mi succhiava
la vita, mi entrava nelle ossa e erodeva il midollo. Ecco perché
apparivo più vecchio. Perché lo ero. La solitudine del
signor Gray mi stava estirpando la vita dal corpo. Ogni minuto passato
a contemplarlo era un giorno in meno che mi separava dalla morte. La
cosa più sconvolgente era che, sebbene fossi perfettamente conscio
di tutto ciò, continuassi a tenere quel quadro in bella mostra
di sé nel mio soffitto.Ma tutto quello sarebbe finito. Il signor
Gray e la sua scimmia avrebbero smesso di ammorbare la mia mente e il
mio corpo quella sera stessa. Tornato dalla redazione l'avrei preso
e scaraventato nel pattume. Una volta per tutte.Mi sedetti ancora una
volta su quello sgabello. Ma sarebbe stata l'ultima. Avrei finalmente
dato l'addio a quell'oggetto maledetto, e non ci avrei pensato mai più.Lo
guardai per un'ultima volta. Il suo colore così scuro, buio come
una notte senza luna, i cerchi concentrici disegnati dal colore, lo
sguardo enigmatico del signor Gray... erano ipnotici.C'era come una
cantilena nella mente che mi ripeteva di andarmene finché ero
in tempo. Ma si faceva sempre più flebile, più lontana,
come un sussurrio portato via dal vento. Piano piano non era più
mia, non esisteva più, spazzata via dal rinnovato incanto dinnanzi
all'orribile splendore del quadro. La scimmia urlava, urlava forte,
e le tempie iniziarono a pulsare, le vene si ingrossarono, rivoli di
sudore mi inondarono la fronte. Un martello pneumatico sparato dritto
nel cervello, ecco cosa sentivo. Guardai terrorizzato le mie mani perdere
il controllo di sé stesse, e il mio cervello allontanarsi sempre
più da me. Ogni barriera stava cedendo, lo sentivo, e, cosa peggiore,
non potevo farci nulla. Assolutamente nulla.Ero lì per un motivo,
lo sapevo. Dovevo buttare via il quadro. Buttare il quadro.
Perché non lo stavo facendo? Perché mi stavo perdendo
una volta ancora nella tela, nel suo colore, negli sguardi di quel dannato
vecchio.Cosa stavo facendo? Dovevo resistere, resistere, cazzo!Non potevo
permettermi di perdere il controllo un'altra volta. Dovevo essere in
grado di pilotare le mie emozioni, controllarle. Quella cosa non sarebbe
finita mai, altrimenti!Ma ormai ero partito.Quello che rimaneva della
mia razionalità si andava perdendo. Un essere nuovo si era impadronito
del mio corpo e della mia mente. Come colto da un momento di esaltazione
dionisiaca, avevo perso totalmente il controllo di me, delle mie azioni,
di tutto. Ciò che era reale e ciò che era immaginario
erano ormai la stessa identica cosa, non faceva alcuna differenza. Il
sogno inquinava il reale, il reale inquinava il sogno. Chi dei due potesse
avere più verità, non saprei dirlo.Di me rimaneva solo
il mio corpo, storpio e vecchio. La mia anima era distante migliaia
di chilometri da quell'umido solaio.Che sarebbe successo dopo, solo
Dio avrebbe potuto dirlo.Stavolta ricordavo.Bé, non tutto. Qualcosa,
qualche vaga immagine. Non so perché, sembrava che stessi acquisendo
maggiore consapevolezza nei miei deliri notturni.
Forse l'esperienza, forse la consapevolezza che qualcosa di strano stava
accadendo.
Cosa ricordavo? Bè, difficile dirlo, ad essere sinceri. Immagini
fuggevoli, lampi di memoria, figure senza tanto senso, per lo più.Una
scala. Passi veloci che la percorrono. Attorno, l'oscurità, come
se quella scena fosse posizionata in un tempo e in un luogo inesistenti,
senza alcun contesto né riferimento spazio-temporale. La testa
che gira vorticosamente.Poi i piedi a terra da due divengono quattro.
L'immagine salta. Il brusio di sottofondo aumenta in maniera esponenziale.
Urla, grida di terrore misto a stupore.Sento dei colpi, come una colluttazione,
poi un tonfo sordo.Come se stessi guardando da una telecamera in movimento,
la visuale cambia continuamente inquadratura, ed è impossibile
percepire qualcosa con chiarezza.Poi un fiume rosso scorre nel terreno
sotto di me, e comincia a discendere i gradini.Percepisco come un vago
senso di estasi. Gioia, forse.Follia, più probabilmente.Dioniso
mi parla, ed è felice.Sono pazzo mi dico.Francesca quella mattina
non mi rivolse nemmeno una parola.Mi illusi per un po' che fosse preoccupata
per quel serial killer che girava per la nostra città e anche
quella notte aveva accoltellato una donna, ma naturalmente non era così.Presumo
fosse arrabbiata con me per via del fatto che non l'avevo ascoltata
e non avevo buttato il quadro. Avrei voluto spiegarle che ci avevo provato,
ma non mi era stato possibile, ma sarebbe stato inutile.Ma forse il
mio giudizio non era esatto. Non era arrabbiata, era spaventata da me.
Terrorizzata, forse. Il mio aspetto era peggiorato ancora. Ero davvero
vecchio ormai. Barba bianca, capelli pure. Non ce n'era più nemmeno
uno castano. Erano tutti bianchi, tutti. Mi sentivo sempre più
debole, il volto rugoso e cadente, i denti scuri e instabili. Avevo
un'ottantina d'anni. In tre notti la mia età era aumentata di
circa una cinquantina d'anni, a occhio e croce. Non male, davvero.Non
c'era modo di spiegare una cosa del genere. Sì, certo, sarei
andato dal dottore uno di quei giorni. Probabilmente Francesca avrebbe
chiamato per prenotare una visita il prima possibile. Ma tanto l'impressione
era che, andando avanti di quel passo, non avrei fatto in tempo ad arrivare
a fine settimana. Sarei morto di vecchiaia prima. A trentadue anni.Un
medico non avrebbe mai potuto curare il mio male. Non avrebbe mai potuto
farlo. Perché quel male derivava dal quadro e da nient'altro.La
colpa, e l'unica possibile soluzione, erano da ricercarsi nella stessa
persona. Basigli, il pittore edonista, lo squilibrato che mi aveva dato
La solitudine del signor Gray.
Solo lui poteva spiegarmi il perché di quella situazione e salvare
un uomo che stava morendo.
In fondo aveva creato lui quel quadro, e quel quadro aveva creato la
mia malattia. Sarebbe stato lui dunque a chiudere una volta per tutte
il cerchio, che lo volesse o no. Doveva farlo, non gli avrei lasciato
possibilità di scelta.Per questo motivo ora stavo prendendo sotto
braccio il quadro, dopo avergli dati un'ultima occhiata. Sentii ancora
una volta la mia mente partire, iniziare il suo viaggio senza ritorno
negli oscuri abissi della follia.
Rapidamente, mi ritrovai nel mondo del signor Gray. Io. Con la sua solitudine.
Ci si sentiva veramente dispersi e abbandonati, lì dentro.Scesi
in cucina, presi un coltello. Il mio coltello preferito. Bello, affilato,
luccicante. Sporco di sangue, sangue delizioso.Dioniso era di nuovo
in me, mi stava violentando un'ultima volta.
Quel giorno avrebbe avuto il suo sacrificio.Folle di gioia, inebriato
dalla furia omicida, pieno di voglia di vivere, totalmente privo di
senno, corsi fuori di casa col quadro sotto braccio e il coltello in
tasca.
Entrai in macchina e mi diressi verso casa di Basigli, urlando e ridendo
come un pazzo.
Tenetti premuto il campanello per una trentina di secondi, ininterrottamente,
prima che Basigli mi venisse ad aprire. Dovevo sembrare veramente un
folle. Un vecchio folle. Il mio aspetto non ricordava nemmeno lontanamente
quello dell'uomo che era entrato in quella casa solo pochi giorni prima.
Nonostante questo, Basigli sembrò riconoscermi immediatamente
e nel vedermi così ridotto non si scompose minimamente. Non si
sorprese nemmeno un po', come se si aspettasse sia il mio ritorno sia
di trovarmi in quelle condizioni. Ciò non fece altro che accrescere
la mia rabbia, dato che confermava la mia ipotesi: lui fin dall'inizio
sapeva perfettamente cosa mi sarebbe capitato, ma non aveva fatto nulla
per evitarlo.
<<Immaginavo sarebbe tornato, presto o tardi. A quanto vedo non
ha perso tempo, mi pare. Le consiglio di non fare altri errori... il
suo tempo sta per scadere.>> disse, con un sorriso ironico, pieno
di orgoglio e di un certo senso di superiorità. <<Ma venga
dentro, non vorrà stare qui all'uscio come un venditore ambulante,
mi auguro.>><<E' colpa sua, maledetto bastardo!>>
lo aggredii immediatamente, con gli occhi che mi schizzavano fuori dalle
orbite.<<E di cosa, nel nome del Cielo?>> rise nuovamente
lui.<<Di come sono ridotto! Mi guardi! Sono... sono vecchio!>><<Certo
che lo è.>> rispose placido Basigli.<<Lei stesso
lo ha voluto. Le nostre azioni hanno un prezzo. E delle conseguenze.
Dovrebbe saperlo, alla sua età. Non dia la colpa a me di qualcosa
che ha voluto solo lei. Non le avevo detto che il vero uomo deve sapere
controllare le sue emozioni, ed usarle? Non le è servita a nulla,
la nostra chiacchierata?>><<Perché mi ha lasciato
prendere il quadro, quando sapeva perfettamente cosa mi avrebbe fatto?>><<Oh,
mi stupisce la sua ingenuità, mio caro. Non crederà davvero
che lo stato in cui versa sia colpa del quadro? Suvvia, i peccati si
pagano, e lei ha peccato, su questo non vi è alcun dubbio.>><<Peccato?
Di quale colpa mi sarei macchiato?>><<Ripensi alle sue ultime
nottate. Sono certo che qualcosa le verrà in mente. Non è
stato proprio un bambino buono, ultimamente... >><<Io non
ho fatto proprio nulla, io... io sono sempre svenuto, ed è stato
il quadro a farmi svenire... è... è maledetto... lei lo
ha maledetto! Per questo io sono svenuto e mi è successo questo...
sono invecchiato di... quanti? Trentacinque, quaranta anni in tre sere!
Ed è tutta colpa sua e del suo quadro! Se non foste mai esistiti
tutto ciò non sarebbe mai accaduto!>> sbraitai, mettendo
mano al coltello che avevo in tasca.<<Davvero pensa di non avere
fatto niente? Ne è convinto sul serio? Non le viene in mente
proprio nulla?>> continuò Basigli, voltandomi le spalle.<<Io
non mi ricordo proprio nulla!>> gridai, all'apice della rabbia.
Mi scagliai contro l'uomo, estraendo il coltello. Lo colpii una volta
alle spalle, e lui cadde a terra. Mi avventai su di lui, colpendolo
ripetutamente. La sua resistenza fu timida, quasi come sapesse cosa
ero venuto a fare e in una certa misura gli andasse pure bene. Io ero
completamente fuori di senno, e cominciai a gridargli contro, senza
smettere di sferrare coltellate più o meno a casaccio. <<Tu
devi morire! Devi morire per fare vivere me! Distruggendo il creatore
si distrugge anche la creatura! Se ti ammazzo, sarà come se quel
quadro non fosse mai esistito, e io tornerò alla normalità.>>
Poi mi fermai, perché qualcosa riaffiorava nei meandri della
mia mente.Vidi me stesso, camminare in piena notte in centro, con un
coltello in mano. Vidi una ragazza incrociare la mia stessa strada.Vidi
la mia mano alzarsi per bloccarla e scaraventarla a terra.Vidi qualcuno
che era identico a me - ma non potevo essere io - avventarsi con violenza
crudele su quella ragazza e massacrarla.Vidi quest'uomo entrare in casa
mia, lavare il coltello in cucina e appoggiarlo sulla credenza.Lo vidi
entrare nel letto con Francesca.Lo vidi di nuovo, ancora di notte, aggredire
un ragazzo dietro a una discoteca.Vidi il ragazzo dimenarsi per difendersi,
riuscendo a colpire il mio sosia a un braccio. Ma ciò non gli
servì a nulla, perché poi quell'uomo così simile
a me riuscì a tagliargli la gola.
E vidi ancora quell'efferato assassino la sera dopo, intento a giustiziare
un'altra delle sue vittime.
Infine vidi quell'uomo ora, davanti a un giovane pittore appoggiato
contro il muro di casa sua in un lago di sangue.Ero io. Il serial killer
di cui tanto si parlava in quei giorni ero proprio io. Improvvisamente
tornai in me, in tempo per vedere cosa avevo fatto.<<E' soddisfatto?>>
mi chiese Basigli, in fin di vita. <<Ha visto che bel lavoro ha
fatto?>><<Io... io non ho fatto quelle cose... non avrei
mai potuto.>> obiettai, sbigottito.<<Pare che invece ne
fosse capace. Capita di stupire sé stessi, a volte. Ma come le
dicevo, le proprie azioni si pagano. E lei pagherà per i suoi
crimini.>><<E come?>> gli chiesi, quasi in lacrime.<<Non
le appare ovvio? Si guardi, è vecchio. Ogni suo crimine la ha
avvicinato alla morte di una quindicina d'anni. Togliere la vita a quelle
persone innocenti era la cosa peggiore che potesse fare, e ne dovrà
pagare lo scotto. E' meravigliosamente giusto, non trova? La violenza
peggiora l'uomo, lo fa imbruttire e invecchiare prematuramente. La violenza
è il principale nemico della bellezza, dello splendore. La violenza
è l'esatto opposto dell'arte. Lei non è stato in grado
di gestire l'arte, la bellezza, ed è caduto nella più
squallida, gretta, banale violenza. E' stato un pessimo allievo per
me. Ma su un punto aveva ragione: la creatura muore assieme al creatore.
Ma la mia creatura non era il quadro. Era lei. E ora morirà assieme
a me. Tra pochi secondi l'emorragia che i suoi tagli grossolani mi hanno
provocato mi ucciderà. A quel punto lei si troverà altri
quindici anni segnati sul conto della sua vita. La vecchiaia la porterà
via assieme a me. Non può pretendere di offendere la vita e la
sua meraviglia senza essere punito. Almeno la moglie del suo amico,
Berselli, ha saputo fermarsi prima che fosse troppo tardi. Si è
punita da sola, si è suicidata quando si è resa conto
di quel che aveva fatto... per lei... per lei non ci sarà pietà...>>
Basigli mi fissò con occhio vitreo, poi la testa gli cadde. Era
morto.Mi guardai le mani, e vidi che diventavano sempre più rugose
e sempre più magre. Era come se milioni di tarli mi stessero
mangiando da sotto la pelle. Cominciai a sentirmi debole, sempre più
debole e disidratato.Gli anni passavano, veloci, mentre io vedevo davanti
a me tutto quello che non avrei avuto.Mio figlio, il suo primo compleanno,
un Natale passato con lui sotto l'albero ad aprire i regali, il primo
diverbio, la sua prima ragazza, il giorno della sua laurea, il suo matrimonio.Non
li avrei mai avuti Per colpa di chi?
Di Basigli? Del quadro che avevo sotto braccio? Mia? Gli anni passavano...Ottanta.Novanta.Novantacinque.Il
signor Gray mi guardava con aria di severo rimprovero. La sua scimmia
urlava di eccitazione. La solitudine, la solitudine. Ne ero sempre stato
terrorizzato. Ed ora era arrivato il momento. Sarebbe stata eterna.
Grazie a Dio almeno non ho ucciso mia moglie, mi dissi. Ma come potevo
esserne certo? Non mi ricordavo, mi sembrava di averle parlato quella
mattina, eppure i confini tra realtà e fantasia non mi erano
più chiari da un po'... In fondo quell'ultima persona poteva
anche essere...
Cento.
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