La solitudine del signor Gray


di Luca Bortolotti

"E' questo uno di quei casi in cui la storia decide di raccontarsi, e tu, volente o nolente, devi seguire i suoi dettami. La Solitudine del Signor Gray nasce proprio come inizia il racconto: mi trovavo in casa di una persona, e la stavo intervistando. Nel suo salotto, però, c'era quel quadro, quello descritto nella storia. E il suo fascino su di me risultò tale da indurmi ad arrivare a casa dicendomi: devo farci un racconto. E così ho fatto, non subito, però, ho lasciato che il tempo rendesse meno nitidi i confini della realtà, per potere dare maggiore sfogo alla fantasia. E come capirete leggendo il racconto, il nome Gray non è affatto casuale."

         "L'unico modo di liberarsi di una tentazione è abbandonarvisi. Resisti, e la tua anima si ammalerà del desiderio delle cose che si è proibite, di passione per ciò che le sue stesse mostruose leggi hanno reso mostruoso e illegale."   

O.Wilde,   da Il ritratto di Dorian Gray

Continuavo a fissare il quadro. Il mio interlocutore era lì, davanti a me, eppure io continuavo a guardare una ventina di centimetri al di sopra della sua testa. Lui mi parlava, ma io non lo ascoltavo, ero completamente rapito. Le sue parole mi giungevano come un brusio percepito in lontananza, distanti mille miglia da me e dal mondo in cui mo trovavo in quel momento. Sapevo che avrei dovuto prestare maggiore attenzione, sapevo che non mi stavo comportando da professionista, sapevo che con tutta probabilità poi sarei andato in redazione e mi sarei accorto di non sapere cosa scrivere, trovandomi così obbligato a perdere altro tempo per ascoltare la registrazione di quella conversazione. Eppure non potevo distogliere gli occhi e la mente da quel quadro, aveva su di me un potere magnetico, attrattivo, sensuale. Molte persone che conosco, mia moglie prima di tutte, non avrebbero esitato a giudicare quella tela orribile, disgustosa, spaventosa. E il punto stava proprio lì. Aveva quel non so che di terrorizzante, morboso, inquietante. Guardarla mi procurava un brivido lungo la schiena e una sensazione che davvero non potrei descrivere. Sapete quando qualcosa vi dà un senso di irrequietezza a cui non si riesce a resistere senza però capire il motivo di questa sensazione? Ecco, quella era la mia situazione. Il fascino del terrore, la voglia di sapere, la voglia di fare domande per capire cosa ci fosse dietro a quelle pennellate. Chi era l'autore? Come si intitolava quel quadro? Ma soprattutto, perché aveva dipinto una cosa così terrorizzante, così destabilizzante per l'equilibrio mentale, così enigmatico? Cosa pensava mentre lo aveva concepito prima e realizzato poi? Dovevo sapere, forse la conoscenza avrebbe mitigato la mia inquietudine, o forse l'avrebbe fatta aumentare. Chissà quali storie si celavano dietro a quel quadro. Ogni cosa porta con sé tutta una serie di eventi, episodi, aneddoti meritevoli di essere raccontati, tanto più una creazione dell'immaginazione e dell'inconscio come un quadro. Che ne sapevo, magari quel dipinto era stato fatto da un assassino subito dopo avere ucciso una persona, oppure da un folle ricoverato in un ospedale psichiatrico. Comunque fosse, avevo un solo grande impulso in quel momento: volevo capire, ecco perché non stavo ascoltando la persona che stavo intervistando. Ecco perché una persona come me, che non ha mai capito né voluto capire nulla di arte, improvvisamente si era ritrovata con una certezza: quello era il quadro più bello che fosse mai stato dipinto, e io dovevo assolutamente averlo.<<Abbiamo terminato. La ringrazio, signor Berselli.>> dissi, alzandomi dalla poltrona e allungando la mano verso l'uomo che avevo appena finito di intervistare. Tentennai un attimo, mentre anche lui mi salutava, e stavo davvero per andarmene senza aggiungere nulla. Sapevo che forse non era il caso, e per di più c'era qualcosa che mi diceva di lasciare perdere, approfittare del momento e andarmene il primapossibile. Invece, una volta arrivato davanti alla porta d'ingresso, mi girai verso il signor Berselli, e glielo chiesi.<<Scusi, posso chiederle un'ultima cosa?>> <<Naturalmente>> disse <<Ha bisogno di qualche altro dato?>><<Bè, in effetti non c'entra con l'intervista.>> confessai, un po' imbarazzato. Che mi era venuto in mente? Perché volevo saperlo? Non era un mio amico, era una persona che non conoscevo e non avevo mai visto prima, perché fargli certe domande? Questo era ciò che mi chiedevo in quel momento, ma in realtà - a pensarci a mente lucida - la domanda più pertinente sarebbe stata un'altra. Perché ero così agitato? Mi vergognavo forse di chiedere certe cose a uno sconosciuto? Suvvia, non era certo una cosa così imbarazzante o personale, non ero più un bambino. E allora? Come spiegare quell'inquietudine?Berselli notò la mia titubanza, così mi incalzò:
<<Fa lo stesso, mi dica. Di che si tratta?>><<Quel quadro.>> risposi, indicando la tela che si trovava dietro di lui. <<Non ho potuto fare a meno di notarlo.>><<Le piace?>> mi chiese Berselli, sorridendo.<<Non posso negarlo... E'... deliziosamente inquietante... non so se ha senso per lei una definizione di questo tipo...>>
<<Sì, forse posso intuirlo... anche a mia moglie ha fatto quell'effetto, quando lo ha acquistato. Almeno a giudicare dalle sue parole. A me non piaceva affatto, però lei ne sembrava estasiata. Io lo ritenevo spazzatura, mi faceva paura e mi sentivo addirittura minacciato da quel quadro. So che non ha senso, eppure creava in me una brutta sensazione. Carla, invece, ne sembrava rapita, estasiata. Non faceva altro che parlarne, e lo fissava per ore...>>
<<Non sapevo fosse sposato.>> dissi io, in maniera istintiva, pentendomi immediatamente di quello che era uscito dalla mia bocca. Non portava la fede, quindi avevo dato per scontato che non ci fosse o fosse stata una moglie nella sua vita. Tuttavia sapevo che quella frase mi avrebbe portato a una figuraccia.<<Lo ero.>> disse infatti Berselli, a confermare le mie paure. <<Poi lei se ne è andata. Sa, proprio poco dopo avere acquistato quel quadro. Si può dire che sia l'ultimo ricordo che mi lega a lei. Per questo l'ho lasciato lì dov'era, nonostante non mi piacesse. Anche se non nascondo che continuo a guardarlo con un certo brivido. Mi sento quasi osservato dagli occhi vuoti di quell'uomo. E c'è qualcosa in me che non si rassegna a legarlo in una qualche maniera alla morte di Carla. Sarà la rabbia per averla persa in quel modo, sarà l'amarezza di avere vissuto così male gli ultimi periodi in cui lei era qui. Negli ultimi periodi non era più la stessa, era diventata irascibile, agitata, scontrosa, a volte persino violenta. Non sapevo più chi avevo in casa. Sono due anni ormai che non c'è più, e mi manca ancora molto. Ma questo non le interessa.>>Ciò che voleva dire era in effetti, questo non le deve interessare, e lo capivo. Avrei voluto chiedergli come era morta sua moglie, ma non mi sembrava il caso. Come non mi sembrava più il caso di insistere a domandargli del quadro. Mi sorprese il senso di sollievo che mi provocò quella consapevolezza.<<Se le piace, le posso fare avere il nome e il recapito dell'autore... non so, nel caso volesse una copia... >> Maledizione, perché l'aveva detto? Se c'era qualche possibilità di uscire da quella casa senza aggiungere una parola sull'argomento e di evitare così di alimentare la mia morbosa curiosità nei confronti di quel quadro, con quelle parole Berselli le aveva vanificate.<<Io... >> io cosa? Cosa stavo per dirgli, perché non potevo semplicemente lasciare perdere, ringraziarlo, scusarmi per la perdita di tempo che gli avevo causato e andare a scrivere il mio articolo, in redazione, fuori da quella maledetta casa? <<Io gliene sarei molto grato... sa, credo proprio che lo comprerò, sempre che le pretese dell'autore non siano esagerate, si intende... >> dissi invece.<<D'accordo>> rispose Berselli, e scrisse su un pezzo di carta un nome e un indirizzo, dopo averlo controllato sull'agenda che teneva di fianco al telefono. Me lo porse, con un sorriso amaro, e aggiunse: <<Ecco qua. Che le possa portare più fortuna di quanta non ne ha portata a mia moglie.>>Passai dall'autore del quadro quella sera stessa, appena uscito da lavoro. Ero ansioso di vederlo, di parlare con lui. E naturalmente, di comprare la sua opera.Enrico Basigli, così si chiamava, si rivelò un personaggio decisamente particolare. Di certo l'incontro fu del tutto diverso da come me lo sarei aspettato. Basigli abitava in una grande villa fuori città, e già questo mi sorprese: quella era di certo la casa di una persona ricca, molto ricca, e io ero certo di trovarmi davanti a un umile pensionato, o qualcosa del genere.Quando poi ebbi modo di conoscere il proprietario di quell'immenso edificio rimasi sbalordito dall'eccentrica personalità di quell'uomo. Basigli era un giovane uomo tra i trentacinque e i quaranta, che sembrava avere fatto dell'eleganza la sua ragione di vita. Si presentò a me con raffinati pantaloni scuri, giacca di raso con una piccola apertura a livello del collo che lasciava intravedere una camicia bianca e una cravatta bordeaux, perfettamente intonata alla giacca. Sembrava uscito da un libro dell'800, un perfetto lord inglese della Londra bene.Il suo parlare lento e cadenzato, le parole scandite chiaramente, i termini educati e riverenziali erano tutte caratteristiche che accentuavano questa mia percezione. Mi accolse nella sua "umile dimora" - come l'aveva chiamata lui, non senza una punta di compiacimento - non appena gli spiegai che mi aveva mandato da lui Berselli. <<E' un brav'uomo. E un caro amico.>> mi disse <<E' davvero tremendo quel che è successo a sua moglie... >> Basigli lasciò la frase in sospeso, quasi come se si aspettasse che aggiungessi qualcosa. Bè, avrei potuto chiedere a lui come era morta la moglie di Berselli, ma non lo feci. Non so esattamente perché... forse pensavo che sarebbe stato meglio continuare a non saperlo. Visto che io non parlai, fu allora il pittore a riprendere il discorso:<<Sa, anche io ero sposato, qualche anno fa. E anche mia moglie è morta, un anno dopo il nostro matrimonio. Ho sofferto, certamente, ma non nella misura in cui potrebbe immaginare. I giorni seguenti la dipartita di Sara dalla vita terrena i miei amici non facevano altro che passare da me per consolarmi. E si stupivano, erano esterefatti, addirittura si innervosivano nel trovarmi già consolato. Io non avevo bisogno che qualcuno mi tirasse su di morale. Io stavo già bene, non c'erano problemi. Confidai a uno dei miei amici di essere stato a teatro a seguire la messa in scena di Sogno di una notte di mezza estate la sera stessa della morte di mia moglie. Gli stavo raccontando della magnifica recitazione con cui gli attori mi avevano deliziato quella sera, quando lui mi ha interrotto, quasi disgustato dalle mie parole. Mi chiedeva come fosse possibile che io accettassi la morte di Sara con quella semplicità, quasi non mi importasse. E io gli domandai se disperarmi e permettere loro di commiserarmi avesse forse potuto rendermi mia moglie. Ma io mi chiedo: che importanza ha l'effettivo trascorrere del tempo? Generalmente le persone impiegano anni per riprendersi da un trauma, e non sempre vi riescono. Solo i superficiali, a mio parere, necessitano di così tanto tempo per liberarsi da un'emozione. Essere padroni di sé stessi, ecco qual'è la qualità suprema. Chi sia padrone di sé può porre temine a una sofferenza con la stessa facilità con cui inventa un piacere. E' tutta una questione mentale, di autocontrollo. Di per sé, gioia e dolore non esistono. Sono stati mentali, alterazioni della normale percezione del reale. Non voglio essere in balia delle mie emozioni. Voglio servirmene, goderle e dominarle. Questo è l'atteggiamento degno di un uomo, l'unico che gli si addice.>>Mi limitai ad osservarlo e ad annuire, davvero non sapevo cosa controbattere. Era un discorso cinico e crudele, in un certo senso, eppure non privo di fascino. Mi chiesi se la pensasse davvero così o se il suo fosse un atteggiamento, un ruolo interpretato solo per darsi un certo tono.Percorrendo gli ampi corridoi della sua casa, pomposi e colorati, ricchi di quadri e decorazioni, un brivido mi scese lungo la schiena. Chi era quello strano personaggio, così eccentrico, così fuori da ogni schema, così diverso da qualsiasi altra persona che io avessi mai conosciuto? Una cosa era certa: ero al contempo attratto e spaventato da lui. Proprio come dal suo quadro. Mentre Basigli apriva la porta della stanza dentro la quale conservava tutte le sue opere mi chiesi per l'ultima volta se volessi davvero comprare quel quadro. Non riuscii a darmi una risposta. Non ne avrei più avuta una.<<Io adoro l'arte.>> disse Basigli, allargando le braccia in un gesto che voleva abbracciare tutti i quadri esposti in quella stanza. Le pareti erano ricoperte interamente delle sue tele, credo che non fossero distanziate da nemmeno una decina di centimetri. <<E' la più grande invenzione dell'umanità, a mio modo di vedere. Anzi, è l'unica invenzione che sia mai stata fatta. Tutto si ricollega all'arte, in una maniera o nell'altra. Nell'arte l'uomo trova la sua essenza, la sua realtà. L'unico imperativo morale che dovrebbe avere una persona, l'unico obiettivo da perseguire, dovrebbe essere la bellezza, lo splendore, la perfezione raggiungibile solo attraverso l'opera d'arte, più puro dei mezzi di comunicazione messi a disposizione dell'animale uomo. E i quadri... i quadri sono la più riuscita forma d'arte ad oggi conosciuta. Saprebbe trovare qualcosa di altro che rappresenti in maniera così fedele il pensiero dell'autore e al contempo dell'infinità di lettori e osservatori empirici che si arrovellano nel tentativo di decifrare la voluntas generatrice? E' il quadro che ti possiede, non il contrario. Ci sembra di averlo in nostro potere, di poterlo piegare ad ogni nostro vezzo interpretativo. In realtà, però, è lui che prende possesso di noi e della nostra capacità di azione, ci paralizza e ci annichilisce con la sua infinita potenzialità espressiva ed evocativa. Si ricordi, un quadro è vivo, e come ogni cosa viva possiede una volontà propria, e farà di tutto per imporla a chi lo osserva.>>
Non ero per nulla sicuro di avere capito ciò che mi voleva dire, ma ero affascinato dalle sue parole. Inoltre, il pacato incedere della sua parlata aveva su di me un potere magnetico: non potevo evitare di ascoltarlo, e, in un certo qual modo, di dargli ragione.<<Allora, mi dica, qual'è il quadro che le interessa?>> mi chiese poi.
<<Bè, è lo stesso che ha venduto alla moglie del signor Berselli, a quanto mi ha detto lui. E' quello con...>>
<<Certo, certo, me lo ricordo perfettamente. Si intitola La solitudine del signor Gray. E' questo, vero?>> mi domandò, staccando dalla parete un quadro. Era proprio lui, e io ebbi un sussulto nel vederlo nuovamente. Provai una fitta di dolore allo stomaco, come se mi avessero tirato un pugno ben assestato. La tela ritraeva un vecchio uomo, dalla postura elegante, uno sguardo fiero, indirizzato dritto negli occhi dello spettatore. Dietro ai suoi occhiali si celavano occhi gelidi come il ghiaccio, severi, che davano la sensazione di seguirti, anche quando voltavi le spalle. Il suo vestito era elegante, una camicia bianca, una giacca blu aperta sul davanti, una cravatta dello stesso colore. Ma c'era qualcosa di scomposto, disordinato, quasi delirante nell'immagine complessiva che ne derivava. Forse erano quei capelli, spettinati, come elettrizzati, rizzati sopra una testa quasi calva, a conferire un'aura di follia all'uomo raffigurato nella pittura. Le sue mani rugose e solcate da grosse vene erano poggiate sulla coscia in una posa di apparente compostezza. Lo sfondo era completamente buio, privo di qualsiasi punto di riferimento, come se tutto ciò che avrebbe dovuto essere lì fosse stato inghiottito in un buco nero. L'assenza di contesto posizionava l'immagine in un tempo e in una dimensione imprecisati, e ciò naturalmente alimentava i timori e il senso disforico di inquietudine che il quadro creava nell'osservatore. Non si poteva definire dove fosse quell'uomo, né cosa ci fosse assieme a lui. Quel quadro mostrava ed evocava impietosamente la paura primordiale dell'uomo: l'occulto, ciò che non conosciamo né vediamo, in una parola, il buio.Ma l'elemento realmente terrorizzante era un altro: di fianco all'uomo seduto, dal buio, come proveniente dal nulla, spuntava un babbuino con le fauci spalancate. Sembrava urlare, di un grido straziante, orribile. Così facendo metteva in mostra due zanne lucenti e affilate come lame. Osservando con concentrazione, sembrava quasi di sentire il grido terribile della scimmia.Improvvisamente mi resi conto che i miei battiti cardiaci erano accelerati notevolmente, e che un senso di angoscia opprimente si stava impossessando di me. Perché ero ancora lì? Perché non ero tornato da mia moglie, dopo il lavoro, e non avevo lasciato perdere quel maledetto quadro?Ma ormai era tardi. Sarei uscito di lì con quel quadro, volente o nolente. Avevo fretta però di andarmene, l'eccentricità di Basigli non mi piaceva più, mi spaventava solo terribilmente. Per questo non volevo più sapere il percorso generativo che aveva portato Basigli a dipingere quel quadro, né chi fosse veramente quello strano personaggio. Volevo solo andarmene. E in fretta.<<Quanto vuole? Lo devo assolutamente avere.>> dissi, concitato, e il mio sguardo non doveva differire molto da quello di un folle.<<Soldi? Lei vorrebbe offrirmi soldi per la mia opera? Non sia volgare, la prego. Le opere d'arte non sono fatte per essere scambiate con lo squallido denaro. L'arte deve essere gioia per i sensi, tripudio e trionfo della bellezza e dell'apparenza, creazione divina che stimoli la fantasia e la gioia di vivere. Svilirla mercificandola, rendendola solo uno strumento di guadagno, è quanto di più spregevole possa esistere agli occhi di chi della bellezza e dell'estasi estetica ha fatto una ragione di vita. Io non voglio soldi, né, in verità, ne ho bisogno. Che differenza farà mai qualche euro in più per una persona già ricca come me... Le piace? Crede di potere vivere appieno i suoi significati, la sua anima pulsante? Pensa di farne una ragione di vita e non solo un oggetto meramente ornamentale? Lo prenda, è suo. Ma a un patto: non ne tradisca l'essenza, ascolti quello che il quadro ha da dirle. Avrà delle sorprese.>>Mi tremavano le gambe, e le parole non riuscivano a venirmi. Accettai il regalo e promisi a Basigli di dare dignità alla sua opera, proprio come mi aveva chiesto con tale premura, poi fuggii a casa mia il più rapidamente possibile. Come previsto, mia moglie Francesca si mostrò praticamente disgustata dal quadro che io invece tanto amavo (ma lo amavo davvero? O ne ero solo morbosamente attaccato e attratto?).Quando lo vide fece una smorfia di orrore e mi impose di coprirlo immediatamente.<<Non vorrai appenderlo da qualche parte in casa, vero?>> mi chiese.<<Bè, l'idea era quella. Questo si fa coi quadri, di solito. Sai, serve un chiodo e... >><<Sì, certo, evita il sarcasmo, grazie. Quel... quel... quello schifo non starà mai nelle pareti della mia casa. Non finché ci sarò io, per lo meno.>><<Ma di cosa stai parlando? Non fare la bambina, Frency, è solo un quadro, non... >><<Un quadro orribile.>> puntualizzò lei.
<<Tu non capisci proprio un bel niente di arte. E' stupendo.>> insistetti io.<<Certo, perché tu sei il maggiore critico di pittura degli anni '90. Ma se non sai riconoscere la differenza tra un Picasso e La Gioconda! E omunque non ha importanza, non lo voglio vedere più. Mi hai capito?>><<Non essere sciocca, dai.>><<Non sono sciocca. Ti ho detto una cosa ben precisa, mi pare. E quanto avresti pagato questo scempio? Vediamo se devo fare due risate.>><<Niente, l'autore me l'ha regalato.>><<Ah, ecco, appunto. Doveva ritenerlo davvero il suo capolavoro, se te l'ha dato senza pretendere un soldo. Probabilmente si vergognava di chiedere dei soldi per una cosa del genere. Fortuna che ci sono ancora persone oneste, al mondo.>><<Non riesco a spiegarmi la tua ostilità verso questo quadro.>> le dissi, non mi andava di raccontarle ciò che mi aveva detto Basigli. Non sarebbe servito a nulla, e poi... bé, poi ero ancora un po' turbato da quell'incontro, non mi andava di parlarne. <<Non puoi dire che è un brutto quadro solo perché a te non piace. Non ho intenzione di inchinarmi a questo tuo capriccio immotivato e pieno di pregiudizi.>><<Senti, l'ho visto per pochi secondi appena, e ti ho detto immediatamente di coprirlo e portarlo via. Ho mai avuto una reazione simile per qualcos'altro? Il fatto è che ho avuto davvero una brutta sensazione quando ho visto quella scimmia urlante, e una ancora peggiore mi è derivata dallo sguardo di ghiaccio, vuoto, del vecchio. Io... non lo so, credo che ci sia qualcosa di sbagliato in quel quadro, qualcosa di orrendo. Mi mette a disagio, in allarme, mi fa sentire in pericolo, minacciata da qualcosa. E' una sensazione, di certo non significa nulla, ma mi fa stare male. Per favore, toglimelo dalla vista. Te ne sarei grata.>><<Certo, come vuoi, non lo metterò in casa, se proprio deve farti stare male.>><<Lo butterai? Oppure restituiscilo. Non può fare bene a nessuno, un quadro del genere.>><<Questo non posso promettertelo.>> risposi, scostando il mio sguardo dal suo volto. <<Però posso assicurarti che non lo vedrai più.>>Il mattino seguente portai La solitudine del signor Gray in uno stanzino nella soffitta di casa, e lo appoggiai lì, coperto da un telo. Lì dentro solo io lo avrei potuto ammirare. Avrei tenuto nascosta la chiave così che Francesca non avrebbe mai potuto entrare e vederlo. La sua reazione mi aveva stupito, ma fino a un certo punto. In fondo anche io avevo provato le stesse sensazioni che mi aveva descritto lei, la prima volta che avevo visto il quadro. Insicurezza, ansia, paura quasi sconfinante nel terrore. Era chiaro che quel dipinto aveva la capacità di insinuarsi nella mente per creare qualche forte sensazione, che fosse poi euforica o disforica non importava. A contare era che esso colpisse a fondo, penetrasse nel cuore di chi lo osservava per creare un moto emozionale netto, senza posizioni intermedie: o lo amavi ed eri costretto a stargli vicino, ad ammirarlo in continuazione, o lo odiavi e non ne potevi sopportare la vista. Mediazione non sembrava possibile. Non per me, almeno.Il punto era che quelle passioni forti che entrambi avevamo provato erano state interpretate in maniera del tutto opposta da me e da Francesca. Le sensazioni che la avevano invogliata a rifiutare, allontanare, odiare il quadro, erano le stesse che avevano creato in me il desiderio irrefrenabile di averlo.Guardandolo lì, tra la polvere e le ragnatele, nella penombra dell'attico, illuminato solo dalla flebile e lattiginosa luce lunare proveniente dal lucernaio, metteva davvero i brividi. Eppure io rimanevo lì, davanti a lui (lui, sì, lui, lo sentivo pulsare e battere di vita propria esattamente come se fosse un essere vivente. No, non come se fossero il vecchio o la scimmia ad essere vivi, ma come se lo fosse il quadro, nel suo complesso) e il mio sguardo non poteva volgersi altrove. Vieni a me, sembrava dirmi, non avere paura di perderti. Avvicinati e unisciti a me. La fronte mi sudava, benché avessi addosso solo una maglietta, quando il fiato che mi si ghiacciava faceva da testimone al fatto che quella soffitta doveva essere piuttosto fredda. Le mani mi tremavano, anche se in quel momento non me ne rendevo conto. Il cuore mi stava battendo all'impazzata. Non avevo mai avuto un battito cardiaco così rapido, nemmeno mi sarei immaginato di potere sopravvivere a un'accelerazione tale.Le mani mi si incollarono alle ginocchia, in una morsa da cui nessuno sarebbe stato capace di liberarmi. Almeno così il tremore si placò, lasciando però spazio a un dolore intenso, causato dalla mia stessa presa, che non riuscivo però a controllare.Mi persi a guardare quegli occhi, quei gelidi occhi di ghiaccio. Pian piano il filtro degli occhiali scomparve e io mi trovai dentro al blu di quello sguardo, e penetrai più in profondità, fino a scrutare all'interno della sua mente. Non capii bene cosa vidi, ma di certo si trattava di ualcosa di oscuro, strano, terrorizzante. Non mi piacque, questo sicuro. Non mi piacque ma non bastò a sciogliere l'incantesimo. La testa cominciò a girare... forte, veloce, tutt'attorno a sé stessa... la vista cominciò ad offuscarsi, e ciò mi fece innervosire... Dovevo guardare ancora, dovevo sapere di più, dovevo andare avanti... avanti... avanti... ancora. Spingermi oltre. Oltre i miei limiti. Ma era troppo anche per me. Non ero pronto.
Apparentemente senza motivo, svenni.Quando ripresi conoscenza avevo un gran mal di testa, e non mi ricordavo assolutamente nulla di ciò che era accaduto. L'ultima immagine presente nella mia mente era quella di me che andavo in soffitta a portare La solitudine del signor Gray fuori dalla vista di Francesca. Poi più nulla. Per questo motivo non sapevo proprio spiegarmi come fossi finito nel mio letto. Meglio così, mi dissi, non avrei dovuto spiegare a mia moglie perché quella notte avessi dormito in soffitta. In effetti, poi, non potevo nemmeno dirmi sicuro che tutto quello non fosse stato un sogno. Forse non ero svenuto davanti al quadro, forse l'avevo portato nell'attico e poi ero andato a letto, sognandomi tutto il resto. Plausibile, probabilmente era andata esattamente così.Scesi stancamente da letto, con le ossa indolenzite. Facevo fatica a camminare, mi sentivo stanco e fiacco come dopo una lunga corsa. Anche la schiena non stava bene. Scesi le scale e andai in cucina, da dove proveniva un inteso aroma di caffè. <<Buongiorno.>> disse Francesca, porgendomi una tazzina della mia droga quotidiana. La tv era accesa, come ogni mattina, e stava andando in onda la prima edizione del telegiornale di quel giorno: tra le principali notizie vi erano il varo della nuova riforma dell'istruzione, il solito bollettino di guerra, una strage famigliare, e persino la notizia di un uomo ucciso proprio nella mia città, quella notte. Pareva che l'arma del delitto fosse un normale coltello da cucina, anche se la polizia brancolava nel buio per quanto riguardava il colpevole. Non ci feci molto caso, comunque, cose del genere capitavano di continuo, ovunque.<<Buongiorno anche a te.>> la salutai, prendendo dal cestino della frutta una mela. Cercai un coltello per sbucciarla, trovandone uno appoggiato di fianco alla tv. Aveva una macchia di ketchup sulla lama, così lo sciacquai e dissi a Francesca: <<Ricordati di lavare le posate prima di toglierle dal lavandino, cara.>><<A che ora sei venuto a letto stanotte?>> mi domandò, ignorando la mia affermazione <<A mezzanotte ancora non c'eri, poi io mi sono addormentata.>>Dannazione, non me lo ricordavo, non ne avevo la più pallida idea. La mia ipotesi del sogno cominciava a vacillare, in effetti. Avrei potuto dirle un orario, così, a caso, giusto per farla tranquillizzare, ma non le volli mentire.<<Sinceramente non lo so. Cioè, non ci ho fatto caso. Ma che importanza ha?>>
<<Non so, non molta forse. Certo che, a giudicare dal tuo aspetto, doveva essere parecchio tardi. Non hai l'aria di uno che ha dormito molto... sembri... sembri più vecchio di una decina d'anni, sai?>><<Addirittura?>> feci io, sorridendo, anche se in effetti aveva centrato il punto: era proprio come mi sentivo, più vecchio. <<Così mi offendi.>><<Bè, è così. Sembri molto stanco.>> poi assunse un atteggiamento di rimprovero e aggiunse: <<Non è che sei rimasto per ore in soffitta a guardare quel dannato quadro, vero?>><<No, Frency, mi ricorderei se fossi rimasto fino a tardi lì. Di certo quando sono venuto a letto tu ti eri appena addormentata.>> stavolta avevo mentito. Non sapevo quanto fossi rimasto in soffitta, non sapevo da quanto lei aveva preso sonno quando ero andato a dormire anche io... non sapevo nemmeno come ci fossi arrivato, a letto.<<Quindi non neghi di essere stato a... a... sì, a fare visita, a quel quadro.>><<No, non lo nego, ma ripeto: che importa?>>
<<Oh, amore, non andarci più per favore. Sbarazzatene, ti prego. Credo che abbia un'influenza negativa su di te.>><<Ma che scemenze sono queste?>> le chiesi, alzando la voce.<<Lo so che è stupido, eppure ho questa strana sensazione. Non sono tranquilla. Mi faresti sentire decisamente meglio se te ne sbarazzassi. Che ti costa? Mi prometti che lo restituirai? Magari oggi stesso?>><< Non posso farlo, tesoro. Davvero non posso. Mi dispiace.>> A lungo mi trattenni titubante sulla soglia della porta di ingresso della stanza del quadro, con la chiave in mano. Ripensai a ciò che mi aveva detto Francesca. Pensai che la sua era una reazione sciocca, quasi infantile. Che cosa poteva farmi mai quel quadro? Era solo un oggetto, un dipinto, non poteva certo farmi del male. Non potevo, e nemmeno lei poteva, credere ai fantasmi. Eppure non potevo biasimarla, né evitare di sentirmi in una certa misura in empatico contatto con lei e coi suoi sentimenti. Era turbata, perché era certa che quel quadro avesse una qualche influenza su di me. E, probabilmente, anche io lo credevo. Non sapevo come, ma c'era qualcosa di strano, di sbagliato, nelle sensazioni che provavo dinnanzi a quella pittura.
Come vi ho già spiegato, io non ho mai capito nulla di arte. Quando mia moglie mi aveva ironicamente rimproverato di non essere in grado di distinguere un Picasso da La Gioconda non aveva esagerato di molto. Ma non era tutto qui. Non solo non la capivo, l'arte la odiavo e addirittura la disprezzavo. Per lo meno a livello di pittura. Adoro la letteratura, io stesso scrivo, pur senza sentirmi per questo un'artista, mi piace la musica così come il cinema, ogni tanto mi è pure capitato di andare a teatro. Ma le arti visive erano qualcosa che non potevo compatire. Colpa del corso di Storia dell'arte del liceo, forse, che aveva contribuito ad accrescere la mia forse prevenuta avversità nei confronti dell'arte. Probabilmente, però, la odiavo proprio perché non la capivo. Non ero in grado di decodificarla, quindi semplicemente avevo deciso di ignorarla e classificarla come qualcosa che non mi piaceva né avrebbe mai potuto piacermi.Per questi motivi era sorprendente il modo in cui mi ero attaccato e, sì, pure affezionato, a La solitudine del signor Gray. Nessun quadro, nemmeno il più applaudito dei capolavori, mi aveva strappato più che uno sguardo, una parola di apprezzamento. Invece quel dipinto, probabilmente (non avevo le competenze adeguate per dirlo con certezza) di realizzazione mediocre, mi aveva rapito e non potevo più farne a meno.In un certo era come una droga. Dopo averne avuto una dose, non ero in grado di rinunciarvi più. Ma dove mi avrebbe portato tutto ciò? A cosa si riferivano i brutti presagi che Francesca diceva di avere a riguardo? Perché non potevo darle ragione e rinunciare al quadro una volta per tutte? Ero convinto non si trattasse dell'ennesimo caso in cui avevo manifestato la mia cocciutaggine. E' vero, spesso mi intestardisco su qualcosa, e voglio avere ragione a tutti costi. E' uno dei mie difetti, lo ammetto. Eppure non quella volta. Era qualcosa di diverso, non semplice voglia di contraddire Francesca pur di non dargliela vinta, non immatura volontà di imporre la mia ragione per non offendere la mia virilità. Mi tornò in mente una delle frasi che mi aveva detto Basigli due sere prima: è il quadro che ti possiede, non il contrario. Temevo di stare imparando a capire cosa volesse dire. Una domanda sopra tutte: quando avrei smesso? O meglio, ce l'avrei fatta a smettere? Ero ancora in tempo a farlo prima di impazzire totalmente, quello sì. Ma avrei dovuto fermarmi subito, già in un paio di giorni quel quadro aveva invaso tutti i miei pensieri e non riuscivo più a pensare ad altro che ad esso. Odio dirlo, ma avrei dovuto dare ragione a Francesca. Se fossi entrato ancora una volta in quella stanza, probabilmente non ci sarebbe stato ritorno. Avrei dovuto rassegnarmi a diventare un folle visionario che trascorre le sue giornate in una soffitta polverosa assieme solo al suo quadro e a qualche ragno. Non avrei più vita sociale, mia moglie mi avrebbe lasciato, i miei amici si sarebbero allontanati da me, avrei perso il lavoro. Sarebbe accaduto di sicuro se non fossi riuscito a togliermi il quadro di Basigli dalla mente.
Rimasi in piedi a pensare, con la chiave infilata nella serratura. In fondo, la scelta era semplice. O rinunciavo al mio dannato dipinto, buttavo via la chiave e ricominciavo la mia vita normale; oppure sceglievo di vivere il quadro e non più la mia vita. A o B, signore? La accendiamo?Un rivolo di sudore mi scese dalla fronte, percorrendo le curve del mio volto. Non so perché, ma quella mi sembrava una scelta di vita. In fondo, invece, era una stupidaggine. Come potevo pensare che quel quadro avrebbe potuto veramente rovinarmi la vita? Non potevo essere diventato realmente così paranoico!Trassi un respiro profondo, girai la chiave ed entrai.Il mondo era nero, buio. Non si vedeva a un metro dal mio naso. Così mi sarei immaginato l'inferno, se mai mi fossi messo seriamente a pensarci.Dove ero? Che stavo facendo?Le gambe così pesanti, barcollanti. La vista offuscata, anzi, quasi del tutto oscurata, come se avessi un telo scuro sul volto. La sensazione di delirio, incapacità di autocontrollo, impossibilità di manovrare la mente.Annaspavo a mani protese in un universo parallelo, buio, troppo buio.Avevo paura, ma non riuscivo a fermarmi. Continuavo a barcollare in avanti, cercando un appiglio o un punto di riferimento . D'improvviso grida, fastidiose grida che penetravano nel mio cervello impotente come lame affilate.E' la scimmia, è lei che urla. E' qui con me, con me. Sono il signor Gray e qui da qualche parte c'è la mia scimmia del cazzo. Perché non la smetteva, dannazione, perché non la finiva di gridare? Maledetta, mi stava facendo impazzire. Il verso stridulo, sembrava quasi umano. E mi dava fastidio. No, non paura, fastidio.I suoni, odiavo i suoni, e in quel momento mi sembrava di percepirli come provenienti da un enorme amplificatore.Non ci vedevo. Ero cieco. E presto sarei divenuto anche sodo, se non avessi fatto smettere, in un qualche modo, quei versi.Un colpo, qualcosa mi colpisce. Una fitta di dolore a una spalla.Un altro colpo, un urto contro qualcosa.La sensazione di caldo sulle braccia e sulle mani. Qualcosa di liquido che mi scorre nel palmo. Finalmente la scimmia cessò di sbraitare.Lentamente tutto stava svanendo.Il buio cominciava a farsi lentamente meno fitto.
Uno spiraglio di luce mi penetrò la retina.Gli occhi si aprirono.Mi risvegliai nel mio letto, stordito e con un mal di testa tremendo.Ancora una volta non mi ricordavo che fosse successo. Come la sera prima, il mio ultimo ricordo si riferiva al quadro, e allo sguardo del signor Gray. Nient'altro. Ero svenuto ancora? Probabile. Come ero tornato a letto? Impossibile stabilirlo.Francesca era in cucina a preparare la colazione, di nuovo. La sensazione era molto particolare, esprimibile alla perfezione con quella parola che si può dire solo in francese: deja vù. Ieri, oggi, domani. Confini spazio-temporali molto labili, in fondo. Qualcosa non andava. Qualcosa in me non andava. Cosa?Bé, tutto, maledizione. Non sapere cosa avevo fatto, non ricordarsi nulla della sera prima, l'essere con ogni probabilità svenuto per due giorni di seguito. E come filo conduttore della vicenda, dei mie interrogativi, un unico oggetto: il quadro. No, non più quel quadro, come l'ho chiamato sin qui. Il quadro, l'unico che avesse senso per me.Francesca, perché non l'avevo ascoltata? Eppure sapevo che lei aveva un sesto senso per certe cose, avrei dovuto fidarmi di lei e delle sensazioni negative che aveva avuto nei riguardi del quadro.
Era deciso, però: me ne sarei liberato. Quel giorno stesso, appena tornato dal lavoro. Poco ma sicuro. Se non altro per capire se quella non fosse una semplice coincidenza. Maledetto Basigli, perché mi aveva fatto entrare in quell'incubo, senza avvertirmi di nulla? Sono certo che fosse a conoscenza del potere malefico de La solitudine del signor Gray. E non aveva fatto nulla per dissuadermi dal comprarlo. Nemmeno un accenno alle sue proprietà quasi mistiche. Era lui il colpevole di tutto ciò, lo sapevo. Era stato scorretto da parte sua circuirmi con tutti quei vaniloqui riguardo l'arte e il suo potere, l'estetica della bellezza... mi aveva infarcito la mente di stupidaggini, confondendomi con le sue belle parole.Francesca era anche quel giorno al piano di sotto a preparare la colazione. La televisione era accesa come sempre sul telegiornale, a giudicare da quello che riuscivo a sentire: incendi, furti, e via dicendo. Prima di scendere mi fermai in bagno a darmi una sciacquata. Alzandomi da letto accusai con non poca sorpresa una fitta al costato, e un fortissimo mal di schiena, come se mi avessero spezzato la colonna vertebrale in due tronconi. Come se non bastasse, la spalla destra mi bruciava maledettamente.
Quando arrivai in bagno, e mi vidi allo specchio, rimasi di stucco. Innanzi tutto capii il perché di quel bruciore alla spalla. Una lunga - ma, per fortuna, poco profonda - ferita mi solcava la parte superiore del braccio, ricoperta da una crosta di sangue coagulato. Come diavolo me l'ero fatta? Ero caduto su qualcosa di affilato quando - a questo punto mi sembrava sempre più probabile - ero svenuto? Altrimenti, che altro poteva essere successo?a quella era una cosa che non mi turbava più di tanto (per quanto non possa turbare una grossa ferita che scopri di avere senza sapere il perché), in quanto potevo fornire a me stesso una spiegazione plausibile e razionale della sua causa. Quello che mi appariva inconcepibile era il mio aspetto... il mio volto era solcato da rughe, come se in una notte fossero passati dieci anni. Un pensiero assurdo mi corse per la mente, ma subito lo cancellai. Forse avevo dormito per dieci anni, magari ero caduto in coma e mi ero improvvisamente svegliato, catapultato anni più avanti... ma non aveva tanto senso, non fosse altro perché se davvero fossi stato per una decina di anni steso in un letto non sarei di certo riuscito a camminare con quella facilità.
Ma allora per quale motivo il mio volto era quello di un sessantenne? Come era possibile una cosa del genere? Quelle rughe, i capelli erano per gran parte divenuti bianchi, una orribile stempiatura che campeggiava orgogliosa sulla mia testa. Che voleva dire?Possibile che un po' di stress accumulato in quei giorni potesse avere avuto su di me un effetto del genere? Magari era solo perché era mattina, io ero stanco e un po' stordito... probabilmente dandomi una rinfrescata e una sistemata il mio aspetto sarebbe apparso di certo migliore.
Scesi in cucina e mi misi a sedere, dopo avere dato il buongiorno a Francesca.<<Hai sentito?>> disse lei, senza voltarsi, intenta a prepararmi il cappuccino <<Stanotte hanno ucciso un'altra persona... stavolta pare che la vittima sia riuscita a colpire l'assassino prima di essere uccisa, ma poi non c'è stato nulla da fare... la nostra cittadina non sembra più così tranquilla come un tempo... La polizia pensa addirittura a un serial killer... Ti confesso che comincio ad essere... >> si bloccò non appena, voltandosi, vide la mia faccia.
<<Dio mio, ma che hai fatto?>> mi chiese.<<Cosa?>><<La tua faccia... Dio santo, sembri un vecchio!>> dannazione, l'aveva notato pure lei, evidentemente quel mio aspetto non era frutto solo della mia immaginazione... ma non era possibile, maledizione! Non potevo accettare quella situazione! Volevo una spiegazione, una spiegazione razionale!<<Sono solo un po' stanco e debole... forse ho la febbre, non sto molto bene... ma non c'è da preoccuparsi... >> risposi, cercando di convincere delle mie parole più che altro me stesso.
<<Senti, io e te dobbiamo parlare.>><<E di cosa?>> <<Di te. Sono preoccupata, sai? Che ti sta succedendo? Sei stanco, fiacco, dimostri venti anni in più della tua età, vieni a letto a notte inoltrata, passi le tue serate in compagnia di quel fottuto quadro. Ti rendi conto di come ti stai riducendo? Non puoi andare avanti così... finirai per autodistruggerti. E per farmi soffrire. Non l'hai ancora buttato, vero? Si può sapere che ci trovi di così fantastico in quel dipinto?>>Aprii la bocca per controbattere, ma la domanda era valida: che ci trovavo? Perché non riuscivo a liberarmene quando non sapevo nemmeno spiegare il motivo per cui mi piaceva?
<<Io... io non lo so... >> riuscii solo a dirle.<<Fallo per me... non sono sicura di potere resistere ancora a lungo a questa situazione. Non ti riconosco più da quando hai preso quel quadro. Non vedi che ti sta consumando da dentro?>>Aveva centrato il punto. Ecco cosa stava facendo quel dipinto... mi stava divorando. Mi succhiava la vita, mi entrava nelle ossa e erodeva il midollo. Ecco perché apparivo più vecchio. Perché lo ero. La solitudine del signor Gray mi stava estirpando la vita dal corpo. Ogni minuto passato a contemplarlo era un giorno in meno che mi separava dalla morte. La cosa più sconvolgente era che, sebbene fossi perfettamente conscio di tutto ciò, continuassi a tenere quel quadro in bella mostra di sé nel mio soffitto.Ma tutto quello sarebbe finito. Il signor Gray e la sua scimmia avrebbero smesso di ammorbare la mia mente e il mio corpo quella sera stessa. Tornato dalla redazione l'avrei preso e scaraventato nel pattume. Una volta per tutte.Mi sedetti ancora una volta su quello sgabello. Ma sarebbe stata l'ultima. Avrei finalmente dato l'addio a quell'oggetto maledetto, e non ci avrei pensato mai più.Lo guardai per un'ultima volta. Il suo colore così scuro, buio come una notte senza luna, i cerchi concentrici disegnati dal colore, lo sguardo enigmatico del signor Gray... erano ipnotici.C'era come una cantilena nella mente che mi ripeteva di andarmene finché ero in tempo. Ma si faceva sempre più flebile, più lontana, come un sussurrio portato via dal vento. Piano piano non era più mia, non esisteva più, spazzata via dal rinnovato incanto dinnanzi all'orribile splendore del quadro. La scimmia urlava, urlava forte, e le tempie iniziarono a pulsare, le vene si ingrossarono, rivoli di sudore mi inondarono la fronte. Un martello pneumatico sparato dritto nel cervello, ecco cosa sentivo. Guardai terrorizzato le mie mani perdere il controllo di sé stesse, e il mio cervello allontanarsi sempre più da me. Ogni barriera stava cedendo, lo sentivo, e, cosa peggiore, non potevo farci nulla. Assolutamente nulla.Ero lì per un motivo, lo sapevo. Dovevo buttare via il quadro. Buttare il quadro.
Perché non lo stavo facendo? Perché mi stavo perdendo una volta ancora nella tela, nel suo colore, negli sguardi di quel dannato vecchio.Cosa stavo facendo? Dovevo resistere, resistere, cazzo!Non potevo permettermi di perdere il controllo un'altra volta. Dovevo essere in grado di pilotare le mie emozioni, controllarle. Quella cosa non sarebbe finita mai, altrimenti!Ma ormai ero partito.Quello che rimaneva della mia razionalità si andava perdendo. Un essere nuovo si era impadronito del mio corpo e della mia mente. Come colto da un momento di esaltazione dionisiaca, avevo perso totalmente il controllo di me, delle mie azioni, di tutto. Ciò che era reale e ciò che era immaginario erano ormai la stessa identica cosa, non faceva alcuna differenza. Il sogno inquinava il reale, il reale inquinava il sogno. Chi dei due potesse avere più verità, non saprei dirlo.Di me rimaneva solo il mio corpo, storpio e vecchio. La mia anima era distante migliaia di chilometri da quell'umido solaio.Che sarebbe successo dopo, solo Dio avrebbe potuto dirlo.Stavolta ricordavo.Bé, non tutto. Qualcosa, qualche vaga immagine. Non so perché, sembrava che stessi acquisendo maggiore consapevolezza nei miei deliri notturni.
Forse l'esperienza, forse la consapevolezza che qualcosa di strano stava accadendo.
Cosa ricordavo? Bè, difficile dirlo, ad essere sinceri. Immagini fuggevoli, lampi di memoria, figure senza tanto senso, per lo più.Una scala. Passi veloci che la percorrono. Attorno, l'oscurità, come se quella scena fosse posizionata in un tempo e in un luogo inesistenti, senza alcun contesto né riferimento spazio-temporale. La testa che gira vorticosamente.Poi i piedi a terra da due divengono quattro. L'immagine salta. Il brusio di sottofondo aumenta in maniera esponenziale. Urla, grida di terrore misto a stupore.Sento dei colpi, come una colluttazione, poi un tonfo sordo.Come se stessi guardando da una telecamera in movimento, la visuale cambia continuamente inquadratura, ed è impossibile percepire qualcosa con chiarezza.Poi un fiume rosso scorre nel terreno sotto di me, e comincia a discendere i gradini.Percepisco come un vago senso di estasi. Gioia, forse.Follia, più probabilmente.Dioniso mi parla, ed è felice.Sono pazzo mi dico.Francesca quella mattina non mi rivolse nemmeno una parola.Mi illusi per un po' che fosse preoccupata per quel serial killer che girava per la nostra città e anche quella notte aveva accoltellato una donna, ma naturalmente non era così.Presumo fosse arrabbiata con me per via del fatto che non l'avevo ascoltata e non avevo buttato il quadro. Avrei voluto spiegarle che ci avevo provato, ma non mi era stato possibile, ma sarebbe stato inutile.Ma forse il mio giudizio non era esatto. Non era arrabbiata, era spaventata da me. Terrorizzata, forse. Il mio aspetto era peggiorato ancora. Ero davvero vecchio ormai. Barba bianca, capelli pure. Non ce n'era più nemmeno uno castano. Erano tutti bianchi, tutti. Mi sentivo sempre più debole, il volto rugoso e cadente, i denti scuri e instabili. Avevo un'ottantina d'anni. In tre notti la mia età era aumentata di circa una cinquantina d'anni, a occhio e croce. Non male, davvero.Non c'era modo di spiegare una cosa del genere. Sì, certo, sarei andato dal dottore uno di quei giorni. Probabilmente Francesca avrebbe chiamato per prenotare una visita il prima possibile. Ma tanto l'impressione era che, andando avanti di quel passo, non avrei fatto in tempo ad arrivare a fine settimana. Sarei morto di vecchiaia prima. A trentadue anni.Un medico non avrebbe mai potuto curare il mio male. Non avrebbe mai potuto farlo. Perché quel male derivava dal quadro e da nient'altro.La colpa, e l'unica possibile soluzione, erano da ricercarsi nella stessa persona. Basigli, il pittore edonista, lo squilibrato che mi aveva dato La solitudine del signor Gray.
Solo lui poteva spiegarmi il perché di quella situazione e salvare un uomo che stava morendo.
In fondo aveva creato lui quel quadro, e quel quadro aveva creato la mia malattia. Sarebbe stato lui dunque a chiudere una volta per tutte il cerchio, che lo volesse o no. Doveva farlo, non gli avrei lasciato possibilità di scelta.Per questo motivo ora stavo prendendo sotto braccio il quadro, dopo avergli dati un'ultima occhiata. Sentii ancora una volta la mia mente partire, iniziare il suo viaggio senza ritorno negli oscuri abissi della follia.
Rapidamente, mi ritrovai nel mondo del signor Gray. Io. Con la sua solitudine. Ci si sentiva veramente dispersi e abbandonati, lì dentro.Scesi in cucina, presi un coltello. Il mio coltello preferito. Bello, affilato, luccicante. Sporco di sangue, sangue delizioso.Dioniso era di nuovo in me, mi stava violentando un'ultima volta.
Quel giorno avrebbe avuto il suo sacrificio.Folle di gioia, inebriato dalla furia omicida, pieno di voglia di vivere, totalmente privo di senno, corsi fuori di casa col quadro sotto braccio e il coltello in tasca.
Entrai in macchina e mi diressi verso casa di Basigli, urlando e ridendo come un pazzo.
Tenetti premuto il campanello per una trentina di secondi, ininterrottamente, prima che Basigli mi venisse ad aprire. Dovevo sembrare veramente un folle. Un vecchio folle. Il mio aspetto non ricordava nemmeno lontanamente quello dell'uomo che era entrato in quella casa solo pochi giorni prima.
Nonostante questo, Basigli sembrò riconoscermi immediatamente e nel vedermi così ridotto non si scompose minimamente. Non si sorprese nemmeno un po', come se si aspettasse sia il mio ritorno sia di trovarmi in quelle condizioni. Ciò non fece altro che accrescere la mia rabbia, dato che confermava la mia ipotesi: lui fin dall'inizio sapeva perfettamente cosa mi sarebbe capitato, ma non aveva fatto nulla per evitarlo.
<<Immaginavo sarebbe tornato, presto o tardi. A quanto vedo non ha perso tempo, mi pare. Le consiglio di non fare altri errori... il suo tempo sta per scadere.>> disse, con un sorriso ironico, pieno di orgoglio e di un certo senso di superiorità. <<Ma venga dentro, non vorrà stare qui all'uscio come un venditore ambulante, mi auguro.>><<E' colpa sua, maledetto bastardo!>> lo aggredii immediatamente, con gli occhi che mi schizzavano fuori dalle orbite.<<E di cosa, nel nome del Cielo?>> rise nuovamente lui.<<Di come sono ridotto! Mi guardi! Sono... sono vecchio!>><<Certo che lo è.>> rispose placido Basigli.<<Lei stesso lo ha voluto. Le nostre azioni hanno un prezzo. E delle conseguenze. Dovrebbe saperlo, alla sua età. Non dia la colpa a me di qualcosa che ha voluto solo lei. Non le avevo detto che il vero uomo deve sapere controllare le sue emozioni, ed usarle? Non le è servita a nulla, la nostra chiacchierata?>><<Perché mi ha lasciato prendere il quadro, quando sapeva perfettamente cosa mi avrebbe fatto?>><<Oh, mi stupisce la sua ingenuità, mio caro. Non crederà davvero che lo stato in cui versa sia colpa del quadro? Suvvia, i peccati si pagano, e lei ha peccato, su questo non vi è alcun dubbio.>><<Peccato? Di quale colpa mi sarei macchiato?>><<Ripensi alle sue ultime nottate. Sono certo che qualcosa le verrà in mente. Non è stato proprio un bambino buono, ultimamente... >><<Io non ho fatto proprio nulla, io... io sono sempre svenuto, ed è stato il quadro a farmi svenire... è... è maledetto... lei lo ha maledetto! Per questo io sono svenuto e mi è successo questo... sono invecchiato di... quanti? Trentacinque, quaranta anni in tre sere! Ed è tutta colpa sua e del suo quadro! Se non foste mai esistiti tutto ciò non sarebbe mai accaduto!>> sbraitai, mettendo mano al coltello che avevo in tasca.<<Davvero pensa di non avere fatto niente? Ne è convinto sul serio? Non le viene in mente proprio nulla?>> continuò Basigli, voltandomi le spalle.<<Io non mi ricordo proprio nulla!>> gridai, all'apice della rabbia. Mi scagliai contro l'uomo, estraendo il coltello. Lo colpii una volta alle spalle, e lui cadde a terra. Mi avventai su di lui, colpendolo ripetutamente. La sua resistenza fu timida, quasi come sapesse cosa ero venuto a fare e in una certa misura gli andasse pure bene. Io ero completamente fuori di senno, e cominciai a gridargli contro, senza smettere di sferrare coltellate più o meno a casaccio. <<Tu devi morire! Devi morire per fare vivere me! Distruggendo il creatore si distrugge anche la creatura! Se ti ammazzo, sarà come se quel quadro non fosse mai esistito, e io tornerò alla normalità.>> Poi mi fermai, perché qualcosa riaffiorava nei meandri della mia mente.Vidi me stesso, camminare in piena notte in centro, con un coltello in mano. Vidi una ragazza incrociare la mia stessa strada.Vidi la mia mano alzarsi per bloccarla e scaraventarla a terra.Vidi qualcuno che era identico a me - ma non potevo essere io - avventarsi con violenza crudele su quella ragazza e massacrarla.Vidi quest'uomo entrare in casa mia, lavare il coltello in cucina e appoggiarlo sulla credenza.Lo vidi entrare nel letto con Francesca.Lo vidi di nuovo, ancora di notte, aggredire un ragazzo dietro a una discoteca.Vidi il ragazzo dimenarsi per difendersi, riuscendo a colpire il mio sosia a un braccio. Ma ciò non gli servì a nulla, perché poi quell'uomo così simile a me riuscì a tagliargli la gola.
E vidi ancora quell'efferato assassino la sera dopo, intento a giustiziare un'altra delle sue vittime.
Infine vidi quell'uomo ora, davanti a un giovane pittore appoggiato contro il muro di casa sua in un lago di sangue.Ero io. Il serial killer di cui tanto si parlava in quei giorni ero proprio io. Improvvisamente tornai in me, in tempo per vedere cosa avevo fatto.<<E' soddisfatto?>> mi chiese Basigli, in fin di vita. <<Ha visto che bel lavoro ha fatto?>><<Io... io non ho fatto quelle cose... non avrei mai potuto.>> obiettai, sbigottito.<<Pare che invece ne fosse capace. Capita di stupire sé stessi, a volte. Ma come le dicevo, le proprie azioni si pagano. E lei pagherà per i suoi crimini.>><<E come?>> gli chiesi, quasi in lacrime.<<Non le appare ovvio? Si guardi, è vecchio. Ogni suo crimine la ha avvicinato alla morte di una quindicina d'anni. Togliere la vita a quelle persone innocenti era la cosa peggiore che potesse fare, e ne dovrà pagare lo scotto. E' meravigliosamente giusto, non trova? La violenza peggiora l'uomo, lo fa imbruttire e invecchiare prematuramente. La violenza è il principale nemico della bellezza, dello splendore. La violenza è l'esatto opposto dell'arte. Lei non è stato in grado di gestire l'arte, la bellezza, ed è caduto nella più squallida, gretta, banale violenza. E' stato un pessimo allievo per me. Ma su un punto aveva ragione: la creatura muore assieme al creatore. Ma la mia creatura non era il quadro. Era lei. E ora morirà assieme a me. Tra pochi secondi l'emorragia che i suoi tagli grossolani mi hanno provocato mi ucciderà. A quel punto lei si troverà altri quindici anni segnati sul conto della sua vita. La vecchiaia la porterà via assieme a me. Non può pretendere di offendere la vita e la sua meraviglia senza essere punito. Almeno la moglie del suo amico, Berselli, ha saputo fermarsi prima che fosse troppo tardi. Si è punita da sola, si è suicidata quando si è resa conto di quel che aveva fatto... per lei... per lei non ci sarà pietà...>> Basigli mi fissò con occhio vitreo, poi la testa gli cadde. Era morto.Mi guardai le mani, e vidi che diventavano sempre più rugose e sempre più magre. Era come se milioni di tarli mi stessero mangiando da sotto la pelle. Cominciai a sentirmi debole, sempre più debole e disidratato.Gli anni passavano, veloci, mentre io vedevo davanti a me tutto quello che non avrei avuto.Mio figlio, il suo primo compleanno, un Natale passato con lui sotto l'albero ad aprire i regali, il primo diverbio, la sua prima ragazza, il giorno della sua laurea, il suo matrimonio.Non li avrei mai avuti           Per colpa di chi? Di Basigli? Del quadro che avevo sotto braccio? Mia? Gli anni passavano...Ottanta.Novanta.Novantacinque.Il signor Gray mi guardava con aria di severo rimprovero. La sua scimmia urlava di eccitazione. La solitudine, la solitudine. Ne ero sempre stato terrorizzato. Ed ora era arrivato il momento. Sarebbe stata eterna. Grazie a Dio almeno non ho ucciso mia moglie, mi dissi. Ma come potevo esserne certo? Non mi ricordavo, mi sembrava di averle parlato quella mattina, eppure i confini tra realtà e fantasia non mi erano più chiari da un po'... In fondo quell'ultima persona poteva anche essere...
Cento.





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